Post-truth: il fast-food dell’informazione

Gli anglosassoni la chiamano “post-truth” e il significato che assegnano a questa locuzione è “relativo a circostanze, soprattutto nella formazione dell’opinione pubblica, in cui il richiamo a emotività̀ e convinzioni personali prevale sui fatti oggettivi“. Difficilmente traducibile in quanto il prefisso “post” qui non indica successione nel tempo ma travalicamento e quindi irrilevanza e ininfluenza. Quindi, piuttosto che “post-verità“, ci si riferisce all’ossimoro “falsa verità” o – meglio ancora – “post-fattuale” o “trans-fattuale” intendendo con questo aggettivo la completa ininfluenza dei fatti nell’ambito della notizia: le convinzioni personali prevalgono sui fatti oggettivi.

Il disegnatore Martin Shovel ha ironicamente sintetizzato questa tendenza con una vignetta che trasforma la nota formulazione Cartesiana “Penso, quindi sono” in una triste (ma attuale) “Credo, quindi ho ragione“.

Pochi mesi fa l’Oxford Dictionaries ha definito post-truth come parola dell’anno 2016, giustificando la scelta in base a due eventi principali di cui questa tendenza è stata protagonista: la Brexit inglese e le elezioni presidenziali americane. Entrambe queste occasioni sono state teatro di grandi falsità comunicative, con leggerezza assunte come vessilli solo in base a convinzioni personali e senza alcun riscontro nei fatti.

Nell’articolo “L’adulatore del popolo” abbiamo evidenziato come la tecnica del “Confirmation Bias” sfrutti l’umana tendenza di ricercare prove, interpretare, favorire e richiamare solo le informazioni che in qualche modo confermino le proprie convinzioni o ipotesi, rigettando e trascurando completamente ogni possibile alternativa.

La malcelata pericolosità del termine post-truth disegna una prospettiva di grande preoccupazione. Non vogliamo occuparci qui del fenomeno della disinformazione che può giungere da alcuni settori della stampa ufficiale – altra grande spina nel fianco della moderna civiltà – ma di quel comportamento ormai diffuso nelle maggiori comunità sociali del mondo digitale di dar credito e diffondere notizie completamente avulse da fatti o fonti di base, generando così una “verità parallela” che si sovrappone oscurando uno sguardo attento e responsabile nei confronti della situazione che si vuole esaminare.

Un tale fenomeno non può certo passare inosservato ai politici, soprattutto a quella parte che meglio di altre ne ha intuito la potenzialità in termini di propaganda attraverso i moderni mezzi digitali. È talvolta sufficiente un titolo mal posto (in gergo: “titolo civetta“) per generare una valanga di condivisioni e ingiurie nei confronti dei presunti colpevoli dell’accadimento o del problema insorto. Poco importa se il contenuto della notizia non conferma l’indicazione del titolo stesso: il moderno “social-dipendente” non legge quasi mai la notizia ma si sofferma alle immagini e alla testata, continuando a scorrere in maniera compulsiva le successive note invece che impiegare il tempo per un eventuale approfondimento del testo.

Tale modalità da fast-food dell’informazione è così radicata da generare anche distorsioni della sfera cognitiva. Viene così a crearsi una realtà “altra” dentro la quale l’utente si sente gratificato dalle informazioni che coincidono con le sue convinzioni personali tanto da non voler più dar credito neanche alle evidenze dei fatti. È così che, recentemente, un gruppo politico ha voluto gettare un’ombra sulle donazioni raccolte dalla Protezione Civile per le popolazioni colpite dal terremoto, facendo girare un titolo diffamante che reclamava il fatto che i milioni di euro fossero stati fatti “sparire”. L’articolo non dava credito a quanto riportato in testata, eppure sono state sufficienti poche ore perché il coro di insulti invadesse la rete, costringendo il Dipartimento della Protezione Civile a comunicare l’infondatezza della notizia.

Un tempo si diceva, ironicamente: “Piove, Governo ladro!“. Oggi la polemica è la stessa, tuttavia può utilizzare amplificatori di potenza internazionale (rispetto al vecchio megafono dei cortei) e soprattutto ha perso il suo aspetto ironico indossando un vestito di seducente inganno, cucito con il nuovo tessuto del terzo millennio: il post-truth, la trans-fattualità.

 

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