Transdisciplinarità: innovare ritrovando l’uomo

Non siamo mai stati, come nei nostri giorni,
così vicini a conoscere tutto ciò che c’è da sapere
sulle singole parti.
Tuttavia non siamo nemmeno mai stati
così lontani dalla conoscenza della natura
nel suo complesso
[*]


1. L’illusione del big-bang della conoscenza

Escher- Serpenti (xilografia, 1969)

Nel medioevo, alla creazione delle prime istituzioni universitarie, le Scienze erano ricomprese nell’armonico gruppo delle Arti Liberali, composto dal trivio umanistico (grammatica, retorica e dialettica) e dal quadrivio matematico (aritmetica, geometria, astronomia e musica). La suddivisione di queste 7 discipline era stata realizzata in un processo armonico di condivisione degli obiettivi delle stesse, di scambio culturale e trasmissione reciproca del sapere.

Da quel momento è avvenuta una metamorfosi, potremmo parlare di un “big-bang della conoscenza”, e le 7 discipline iniziali sono diventate oggi oltre 8000, imponendo all’uomo un’istruzione universitaria sempre più specialistica e – soprattutto – un approccio alla vita sempre più riduzionistico e parcellizzato.

La ricorsiva separazione dell’intero e la contrapposizione del soggetto all’oggetto (ob-iectum) sono stati gli assiomi principali del progresso scientifico negli ultimi secoli. Per poter comprendere il funzionamento della realtà e dei fenomeni della natura, gli scienziati hanno dovuto adottare il metodo del “riduzionismo” che sostanzialmente è consistito nel scomporre l’oggetto sottoposto ad analisi in tutte le sue possibili parti, fino alle componenti più elementari, per studiarne il funzionamento. L’assunto era che, una volta comprese le singole parti, sarebbe stato semplice accedere anche alla comprensione del tutto.

Perciò, per decenni l’uomo è stato abituato a vedere il mondo attraverso i suoi elementi. Abbiamo studiato gli atomi e le super-stringhe per comprendere l’universo, le molecole per comprendere la vita, i singoli geni per capire il complesso comportamento umano.

Il nostro corpo è stato sezionato, suddiviso in una miriade di frammenti isolati, fino a giungere alla singola molecola e cellula, e poi anche oltre. La fisica ci ha condotto verso le estreme profondità della materia e del microcosmo, indagine dopo indagine, raggiungendo le più minuscole particelle dell’universo oltre le quali la natura ci ha imposto un arresto.

La modalità di pensiero, prevalentemente analitica, porta a separare i problemi in specifiche discipline. Questo tipo di approccio iper-specializzato rischia di condurre la ricerca sempre più in profondità all’interno di un singolo sistema senza che si tenga conto delle varie interrelazioni e delle innumerevoli influenze che agiscono su ogni processo.

Questa metodologia scientifica ci ha – per esempio – reso edotti sul processo dell’innamoramento: un’azione sinergica tra adrenalina, feniletilamina e altri ormoni e proteine prodotte dal cervello. Ma sfugge qualcosa alla comprensione di quel sentimento così sublime dipinto nel ‘Cantico dei Cantici’ e dai più alti poeti e che per Dante è l‘Amor che muove il cielo e le altre stelle’.

Sembra dunque che la scienza sia riuscita a fornire risposte completamente soddisfacenti sul “funzionamento” delle parti coinvolte nella biologia, fisica, astronomia e medicina. Eppure, nonostante ciò, proprio nell’epoca della globalizzazione si avverte un generale senso di confusione, smarrimento e  incertezza che investe ogni piano dell’esistenza, sia dei singoli che delle comunità. Si sottrae a ogni ricerca il problema dei problemi a cui l’umanità non può rinunciare, il mistero della vita e della morte, il senso del tutto che le tradizioni sapienziali hanno sempre cercato di tramandare.

La modalità di pensiero, prevalentemente analitica, porta a separare i problemi in specifiche discipline.

Per secoli la scienza è andata sempre più in profondità, partizionando e separando in discipline man mano che approfondiva l’indagine, rispondendo sempre alla domanda “come” e mai a “perché”. Sono stati costruiti dei modelli astratti che volevano rappresentare solo alcune proprietà osservabili degli oggetti, non la realtà nella sua totalità, nella convinzione che una volta compresa ogni singola parte, sarebbe stato semplice ricostruire l’intero. Ma la natura non è un semplice puzzle in cui ogni tessera ha il suo posto univoco e preassegnato: ci sono voluti milioni di anni per assemblare questo mosaico con raffinata grazia e precisione secondo un disegno che va al di là delle nostre capacità di comprensione e il rischio che si corre nello scomporlo, è di non essere più in grado di ricostruirlo.

Se il processo di ricerca scientifica si è dimostrato efficace per assicurare una conoscenza fattuale dei singoli meccanismi della natura, tuttavia sembra ormai improcrastinabile l’adozione di metodologie che possano assicurare – oltre alla profondità – anche la dimensione di ampiezza alla ricerca, al fine di raggiungere quella visione d’insieme che integri i risultati conferendo il necessario equilibrio per la creazione della conoscenza.

 

Ampliare la visione

In una società sempre più interconnessa, dove l’ubiquità digitale è ormai diventata una realtà imprescindibile, la risoluzione dei problemi implica l’accesso a conoscenze diffuse e sempre meno settoriali. Le risposte risiedono in un dominio che va oltre le singole discipline, aldilà dei loro confini. Sollevando il capo oltre la visione riduzionista, ci appare un ampio orizzonte di inaspettate soluzioni e prospettive.

Nel 1994 fu adottata la Carta della Transdisciplinarità[i] dai partecipanti al primo Congresso Internazionale della Transdisciplinarità (Convento da Arrabida, Portogallo) e potrebbe sembrare un paradosso che tale iniziativa sia stata fortemente voluta proprio da un fisico teorico, Basarab Nicolescu, dopo decenni di esperienze nel cuore delle scienze esatte. Ciò fornisce ancor più il convincimento che la conoscenza disciplinare ha raggiunto i suoi limiti con conseguenze di vasta portata, non solo per la scienza, ma anche per la cultura e la vita sociale.

La mente umana non è stata creata per analizzare separando (come potrebbe essere un programma per computer), ma per integrare ampliando.

L’uomo postmoderno sente una pressante necessità di cambiamento, di allontanamento da un modello sociale che non riflette le sue esigenze di complessità e di integrazione. La mente umana non è stata creata per analizzare separando (come potrebbe essere un programma per computer), ma per integrare ampliando.

Dall’analisi dei più recenti dati statistici dei motori di ricerca su Internet, fra i termini maggiormente adottati risultano: Creatività, Innovazione e Trasformazione. Una moltitudine di slogan aziendali oggi include questa terminologia, tuttavia molto spesso, approfondendo il messaggio, si denota che la creatività, la trasformazione o l’innovazione sono obiettivi auspicati, più che un cammino veramente intrapreso.

È stato recentemente rilevato[ii] che spesso i problemi sono tali perché posti con visioni eccessivamente rigide e ristrette. La concentrazione dell’attenzione su un ristretto particolare o ambito, troppo spesso toglie allo sguardo la visione dell’insieme e della totalità, imponendo a qualunque tentativo di soluzione una deriva verso l’insuccesso. In effetti, gli strumenti e i mezzi per affrontare questioni globali e complesse non si trovano all’interno dei metodi disciplinari o interdisciplinari[iii], in cui diverse discipline convergono ma non interagiscono. È necessaria una prospettiva più ampia.

La risposta può essere ricercata all’interno di una dimensione transdisciplinare, laddove la semplice analisi parallela di un problema da parte delle varie discipline è superata in un dialogo che intercorre tra le diverse assunzioni poste dai domini separati. Dal dialogo emergono panorami nascosti di domande irrisolte e le analisi si aprono a percorsi che superano le barriere disciplinari.

La vera creatività è dunque una visione del mondo che attraverso un approccio transdisciplinare sa elevare la propria visione oltre separazioni e riduzioni, attraversare i confini delle discipline e ritrovare l’armonia di una conoscenza a misura d’uomo. Il cammino dell’uomo,‘il tragitto antropologico’ non dà spazio a riduzionismi.

 

Verso un pensiero complesso

La transdisciplinarità porta con sé anche il superamento di un altro limite, la semplificazione di pensiero, a favore di un’apertura verso la complessità. La radice latina della parola complessità (complexus, cum=insieme, plexus=intreccio) ci ricorda che il termine sta a significare “composto di più parti collegate fra loro e dipendenti l’una dall’altra”, esattamente come è la realtà, la natura, la società, l’ambiente che ci circonda.

triviumEcco come il filosofo Edgar Morin[iv] descrive alcune caratteristiche del pensiero complesso: “1) un fenomeno quantitativo […] ogni sistema auto organizzatore (vivente), anche il più semplice, combina un grandissimo numero di unità; 2) ha sempre a che fare con il caso in quanto comprende anche incertezze, indeterminazioni, fenomeni aleatori; 3) è l’incertezza all’interno di sistemi altamente organizzati”.

Una modalità di pensiero “complessa” integra e considera come parte della visione tutti i contesti, le interconnessioni, le interrelazioni fra le diverse realtà.

I problemi cui ogni giorno l’uomo si trova a far fronte non sono parte di un sistema chiuso di un laboratorio fisico, in cui ogni interazione con l’esterno deve essere evitata per assicurare la ripetibilità dell’esperimento. La realtà è un sistema aperto e complesso, laddove ciascun fotogramma è uguale solo a se stesso, in un continuo fluire di inaspettate connessioni e intrecci che possono essere colti solo con un adeguato approccio di apertura.

La complessità (da non confondere con la complicazione) altro non è che la naturale espressione del pensiero umano che da sempre collega, integra, crea relazioni e intuizioni apparentemente inaspettate, ma altrettanto stupefacenti. Ricordiamo la nota frase di Maurits Escher: “Siete sicuri che un pavimento non possa essere anche un soffitto?”.

Nella società digitale in cui viviamo, siamo ogni giorno sottoposti a scelte di tipo on/off, sì/no, dentro/fuori e può sembrare talvolta così impossibile uscire da questa logica secolare del tertium non datur, già descritta da Aristotele nella sua Metafisica, che inavvertitamente viene applicata anche su domini non prettamente tecnologici. Eppure la mente umana sa ricercare anche altre vie (ben conosciute dal pensiero di Platone e di una lunga schiera di filosofi, umanisti, teologi da Agostino, Cusano, fino a Jung) ed è in grado di muoversi contemporaneamente su prospettive diverse e percorrere strade ben più complesse della semplice logica riduzionista.

La transdisciplinarità, attraverso la complessità di pensiero, tende a superare i dualismi di tipo aut-aut adottando la logica del Terzo Incluso, et-et (ben nota da sempre alle tradizioni sapienziali, alle filosofie orientali). Di fronte a una scelta che sembra imporre solo due stringenti condizioni mutuamente escludenti, esiste sempre un altro punto di vista (o livello di realtà) in cui le condizioni possono essere entrambe diversamente comprese (la nota coincidentia oppositorum di Nicola Cusano). Se riusciamo a sollevare lo sguardo e indossiamo gli occhiali di altre e più ampie prospettive potremmo scoprire che una “terza” possibilità è molto spesso a nostra disposizione e percorribile.

 

Il simbolo e l’immaginazione

L’approccio transdisciplinare rappresenta un metodo di indagine e di studio che coinvolge tutti i campi dell’esistenza: dall’insegnamento accademico all’organizzazione aziendale, dalla ricerca scientifica a ogni azione del nostro quotidiano.

Solo una metodologia transdisciplinare consente anche l’emergere alla nostra percezione di problemi che, soprattutto ai nostri giorni, rischiano di essere celati, rimossi. Tale “nuova” visione del mondo, trova fondamento nel potenziale genetico dell’uomo rimasto invariato, sul piano anatomo-fisiologico, come sul piano psichico, da quando gli uomini hanno cominciato a ‘pensare’, cioè dalla comparsa circa 15 o 20 mila anni fa dell’Homo Sapiens nella cui carta di identità, come scrive il grande antropologo G. Durand, è iscritta la capacità simbolica. La scienza non può essere solo quantitativa e riduzionista, non vi può essere scienza senza coscienza, senza la consapevolezza che ogni ‘sapere oggettivo’ modifica in un’interazione reciproca il soggetto conoscente e che l’uomo può essere compreso solo se si tiene conto della sua dimensione di homo symbolicus.

Una Scienza dell’Uomo, aperta ai contributi di ogni disciplina e ogni cultura.

La funzione simbolica (il symbolon unisce gli elementi in una forza dinamica) raccorda l’uomo con il mondo esterno e con le leggi dell’universo, aprendolo all’intuizione del senso profondo della vita e del Tutto, vero obiettivo di ogni ricerca che non voglia incorrere in pericolose deviazioni che potrebbero essere fatali all’umanità.

La ricerca transdisciplinare deve innanzitutto ritrovare l’uomo e la sua caratteristica fondante, quella di generare attraverso la sua immaginazione soluzioni creative, nuove possibilità, nuovi orizzonti inaccessibili in visioni parcellizzate e riduttive della realtà.

L’immaginazione può sollevarci su un piano “oltre”, più alto, ampliare il nostro orizzonte e trasformare la nostra visione degli accadimenti in maniera che non ci appaiano più come esclusivamente soggetti al riduzionismo unidimensionale delle leggi della fisica, ma anche aperti alle dimensioni che da oltre un secolo la nuova fisica quantica ci va rivelando, e dunque anche accadimenti che hanno risonanza nella nostra interiorità e che come tali possano essere meditati, trasfigurati, trasformati dalla capacità creativa della nostra intelligenza intuitiva.

Si delineano pertanto le strutture di un pensiero transdisciplinare universale e olistico: 1) ampiezza della visione oltre le barriere delle discipline, 2) adozione di un pensiero complesso e 3) accesso al simbolo e all’immaginazione propria della dimensione umana.

In tal senso, la transdisciplinarità rappresenta lo spazio intellettuale in cui nascono immagini che divengono simboli e metafore (etimologicamente che portano oltre) che ci consentono di ripensare i problemi, riconsiderare le alternative, cogliere le interrelazioni tra elementi in apparenza disparati.

In altre parole, adottare una modalità di pensiero che ripristini l’Uomo all’interno del processo di conoscenza, ricomponendo i differenti saperi in un’unica Scienza dell’Uomo, aperta ai contributi di ogni disciplina e ogni cultura, che sappia guardare oltre i loro confini, alla realtà nella sua interezza per proseguire l’opera civile cui l’umanità si dedica da millenni.

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[*] Barabasi, A. (2003). Linked. How everything is connected to everything else and what it means for business, science, and everyday life. Perseus Publishing.

[i] http://ciret-transdisciplinarity.org/index.php

[ii] UNESCO, Stymulating Synergies, Integrating Knowledge, Division of Phylosophy and Ethics

[iii] Per le differenze tra le modalità multi/inter/transdisciplinari, vedi “L’apologo del banchetto transdisciplinare”, http://fabiomarzocca.wordpress.com/2014/10/28/lapologo-del-banchetto-transdisciplinare/

[iv] Edgar Morin – Introduzione al pensiero complesso – Sterling & Kupfer, Milano 1993

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