Perché Acrònico?

Acrònico nasce da una domanda: quanto della realtà ci sfugge perché abbiamo imparato a guardarla soltanto da un punto di vista?

Viviamo dentro confini che spesso non vediamo. Il tempo, le abitudini, le categorie con cui ordiniamo il sapere, le idee che consideriamo acquisite. Sono strumenti necessari per orientarci nel mondo, ma possono diventare anche i limiti entro i quali smettiamo di interrogarlo.

Acrònico prova a sostare proprio su quei confini.

Tra scienza e filosofia, tra materia e coscienza, tra tecnica e umanità, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non comprendiamo. Non per cercare risposte definitive, ma per osservare le connessioni che emergono quando discipline e prospettive diverse cominciano a dialogare.

Perché la realtà raramente rispetta le divisioni con cui abbiamo deciso di studiarla.

Negli anni, queste pagine hanno attraversato l’universo e la mente, la fisica e la società, il tempo, la complessità, l’arte, la tecnologia e la scrittura. Argomenti apparentemente lontani, tenuti insieme da una stessa curiosità: che cosa accade quando proviamo a guardare oltre ciò che ci sembra ovvio?

Forse essere acronici significa proprio questo.

Non sottrarsi al proprio tempo, ma evitare di esserne prigionieri.

Continuare a osservare.

Continuare a collegare.

E, soprattutto, continuare a fare domande.

L’ideale sarebbe l’attimo in cui
il tempo si concentra, anzi si annulla,
e tutto diventa possibile..

Ernst Junger – Eumeswil

Un pensiero su “Perché Acrònico?

  • Leggendo la risposta alla domanda del perché acronico mi viene in mente che l’attimo ideale a cui si fa riferimento, ovvero l’attimo in cui il tempo si annulla, non esiste per definizione, tanto meno noi esisteremmo, tanto meno noi avremmo questa esperienza terrena. In questo universo immerso in un tempo che è apparentemente finito sono convinto ne esistano altri apparentemente celati e funzionali alla nostra esistenza. Quest’ultima affermazione ‘nostra esistenza’ credo sia l’unico dato di fatto sperabile e ideale.

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