Il lavoro non nobilita più l’uomo?

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La grande maggioranza degli esseri umani nel corso della storia ha lavorato per pura esigenza di sostentamento. Molti hanno trovato conforto, valore e significato nei loro sforzi, ma alcuni hanno definito il lavoro come una necessità da evitare, se possibile. Nel Libro III della “Politica“, Aristotele sostiene che la virtù non appartiene all’uomo libero in generale, bensì «a quanti sono liberi dai lavori necessari», escludendo quindi gli schiavi e chi compie lavori manuali.

La promessa dell’intelligenza artificiale e dell’automazione solleva oggi nuove domande sul ruolo del lavoro nelle nostre vite. La maggior parte di noi resterà concentrata ancora per decenni sulle attività di produzione fisica o finanziaria, ma poiché la tecnologia fornisce servizi e beni a costi sempre più bassi, gli esseri umani saranno costretti a scoprire nuovi ruoli che non sono necessariamente legati a ciò che viene oggi concepito come lavoro.

Parte della sfida, come ha recentemente proposto l’economista Brian Arthur, “non sarà economica ma politica“. Il professor Arthur sottolinea che le turbolenze politiche di oggi negli Stati Uniti e in Europa, sono dovute in parte alla notevole distanza tra le élite e il resto della società; egli afferma che, più tardi nel corso del secolo, le società scopriranno come distribuire i vantaggi produttivi della tecnologia per due motivi principali: perché sarà più facile e perché saranno costretti. Con il trascorrere del tempo, la tecnologia consentirà più produzione con meno sacrifici, ma nel frattempo, la storia suggerisce che la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi porta a pressioni sociali che dovranno essere affrontate attraverso la politica per evitare l’insorgere di manifestazioni – anche violente – di scontento.

In un recente articolo “How Automation Will Change Work, Purpose, and Meaning” pubblicato dall’Harvard Business Review, Robert C. Wolcott – professore alla Kellogg School of Management – ritiene che ciò solleverà una seconda sfida, ancora più ardua: poiché i benefici della tecnologia diventeranno sempre più ampiamente disponibili – attraverso la riforma politica o la rivoluzione – molti di noi si troveranno a chiedersi cosa fare e perché, quando la tecnologia sarà in grado di fare quasi tutto.

In particolare, fin dalla rivoluzione industriale la tecnologia ha allontanato una porzione sempre più ampia di umanità dalla produzione di elementi essenziali della vita. Mentre molte persone restano intrappolate in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, una percentuale minore viene così oppressa e trascinata verso l’angoscia. Man mano che l’intelligenza artificiale e i sistemi robotici diventeranno molto più capaci e impiegati, il lavoro continuerà a procedere senza gli esseri umani, forse raggiungendo ciò che l’economista John Maynard Keynes ha descritto in “Economic Possibilities for our Grandchildren” come la “disoccupazione tecnologica“, in cui la tecnologia sostituisce il lavoro umano più velocemente di quanti nuovi diversi tipi di lavoro vengano scoperti. Keynes predisse che questa sarebbe stata solo una “fase temporanea di disadattamento” e che entro un secolo il genere umano avrebbe potuto superare la sua fondamentale sfida economica ed essere liberato dalla necessità biologica del lavoro.

Questa potrebbe essere interpretata come una visione di immensa speranza, ma anche un percorso tortuoso e pericoloso. Keynes ammoniva: «Se il problema economico viene risolto, l’umanità sarà privata del suo scopo tradizionale … Eppure non c’è nessun paese e nessun popolo, penso, che possa guardare avanti all’età del tempo libero e dell’abbondanza senza paura.» Con trepidazione, Keynes si chiedeva come le persone avrebbero focalizzato le loro attenzioni, interessi e paure se assolti dal guadagnarsi da vivere. Mentre l’uomo si svincola dalle attività tradizionali, come eviteremo un futuro nichilista e huxlianiano? Come riscopriremo il senso della nostra vita, lo scopo, il significato e valore?

Possiamo esplorare questa domanda attraverso il lavoro della filosofa, storica e giornalista Hannah Arendt, che negli anni ’50 ha delineato un quadro di vasta portata per comprendere e analizzare tutte le attività umane. Nell’opera “The Human Condition“, uno scritto stimolante e profondo, la Arendt descrive tre livelli di ciò che lei definisce, dopo i greci, come “Vita Activa“.

Il “Lavoro” genera necessità metaboliche – gli input, come il cibo – che sostengono la vita umana. L’ “Opera” crea artefatti fisici e infrastrutture che definiscono il nostro mondo e spesso ci sopravvivono, dalle case e dai beni alle opere d’arte. L’ “Azione” comprende attività interattive e comunicative tra gli esseri umani: la sfera pubblica. Nell’azione, esploriamo e affermiamo la nostra distintività come esseri umani e cerchiamo l’immortalità. «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione»scrive la Arnedt «significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità».

Nei prossimi 100 anni, l’Intelligenza Artificiale e i sistemi robotici domineranno sempre più il lavoro e le opere, producendo le necessità e gli artefatti fisici della vita umana e consentendo a molti di noi di “ascendere” (come viene definito dalla stessa Arendt) alla sfera dell’azione. Certamente alcuni continueranno ad impegnarsi nel lavoro per scelta, ma è proprio questa “scelta” a rappresentare la distinzione essenziale.

La maggior parte dei filosofi greci antichi privilegiava la contemplazione sull’azione come il culmine dello sforzo umano e la sua maggiore rappresentazione, l’atto della facoltà più elevata dell’intelletto. Tuttavia, secondo quanto riportato da Robert Wolcott nell’articolo citato, l’azione e la contemplazione possono raggiungere i migliori risultati quando agiscono insieme, di concerto. Scrive Wolcott: «L’uomo ha l’opportunità – forse la responsabilità – di trasformare la propria curiosità e natura sociale in azione e contemplazione.»

Hannah Arendt

Arendt apre “The Human Condition” con un monito di cautela su «una società di lavoratori che sta per essere liberata dalle catene del lavoro»,evidenziando che il pericolo risiede nel fatto che «questa società ha ormai dimenticato quelle attività più elevate e più significative per cui tale libertà meriterebbe di essere raggiunta».

Se confrontiamo il mondo moderno con quello del passato, la perdita di esperienza umana cui abbiamo assistito in questo sviluppo è straordinariamente sconcertante. Non è solo la contemplazione che è per molti un’esperienza del tutto priva di significato, ma si sta assistendo a un’angosciosa abdicazione del pensiero umano stesso a favore delle scelte effettuate dai dispositivi tecnologici in nostro possesso. La sfera dell’agire è stata sottomessa a quella del fare e dell’utilità.

Nel frattempo, l’uomo si è dimostrato abbastanza ingegnoso da trovare metodi e invenzioni per alleviare la fatica e la difficoltà di vivere, fino al punto in cui un’eliminazione del lavoro dalla gamma delle attività umane non può più essere considerata come un’utopia. Scrive Hannah Arendt: «È abbastanza plausibile che l’era moderna – che è iniziata con un tale inaspettato e promettente sfogo di attività umane – possa finire nella passività più micidiale e sterile che la storia abbia mai conosciuto

Secondo la filosofa, se si applicasse un indice di attività a tutte le modalità della “Vita Activa” (lavoro, opere e azioni), il “pensare” le supererebbe comunque tutte. Il pensiero è ancora possibile e senza dubbio reale, ovunque gli uomini vivano nelle condizioni della libertà politica. Sfortunatamente, e contrariamente a quanto si pensa attualmente sulla proverbiale indipendenza dei pensatori – nessuna altra capacità umana è così vulnerabile, ed è infatti molto più facile agire in condizioni di tirannia che pensare. Hannah Arendt conclude la sua opera con le parole attribuite da Cicerone (De Republica) a Catone: «Non si è mai più attivi di quando non si ha nulla da fare e non si è mai meno soli di quando si è con se stessi

Avendo perduto nel corso degli anni le nostre migliori esperienze e la nostra capacità di confrontarci con la natura e l’universo, la nostra unicità, nel momento in cui le macchine avranno liberato l’uomo da compiti sempre più numerosi, a cosa rivolgeremo le nostre attenzioni?

Sarà questa la domanda determinante del nostro secolo.

 


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