Essere una macchina? Una terrificante esplorazione del sogno transumanista di sconfiggere la morte

 

La prima volta che sentii parlare del movimento transumanista, qualche anno fa, lo ritenni poco più che uno scherzo, giudicandolo una tra le tante espressioni più o meno fantasiose e fugaci dell’essere umano. Ben presto – però – dovetti ricredermi leggendo manifesti e valutando il numero delle persone, tra cui noti scienziati e tecnologi, che man mano aderivano. Non era uno scherzo! In sintesi, il movimento internazionale culturale e intellettuale del transumanesimo sostiene l’uso di biotecnologie per migliorare le caratteristiche fisiche e mentali dell’essere umano. L’invecchiamento e la morte sono considerati eventi indesiderabili, e quindi ci si propone di evitarli. La teoria positivista della selezione naturale viene sostituita da quella della selezione tecnologica.

Se il progetto transumanista fosse realizzato, gli esseri umani diverrebbero sempre più delle macchine e le macchine prenderebbero sempre di più il posto degli uomini. Parte principale del progetto è, rimuovere ogni coscienza delle forze trascendenti per affidare alla super-intelligenza della macchina-uomo ogni compito decisionale in ogni campo della vita umana. I transumani costituirebbero una nuova specie bio-tecnologica e la futura società sarebbe così divisa in “transumani” e “antichi umani”, questi ultimi inevitabilmente servi dei primi.

Come scriveva la filosofa-storica tedesca Hannah Arendt nel suo volume “La condizione umana”: «non c’è motivo di dubitare della nostra attuale capacità di distruggere tutta la vita organica sulla terra. La questione è solo se desideriamo utilizzare le nostre nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche in questa direzione, e questa questione non può essere decisa con strumenti scientifici, ma è una questione politica di prim’ordine.» (H.Arendt – The Human Condition – University of Chicago Press).

L’uomo tecnologico rifiuta il limite, la caducità, la finitezza e l’imperfezione dell’essere umano. Ritiene che si possa considerare la dipendenza del corpo fisico dalla biologia come un’imperdonabile limitazione e la morte un “difetto” da superare. L’immortalità è il sogno che l’uomo ha sempre coltivato in ogni cultura fin dalle origini, come è descritto nel poema di Gilgamesh, il re potente che dopo aver percorso tutte le strade per ridare la vita al suo amico, deve rassegnarsi ad accettare i limiti dell’umano. Per i transumanisti l’immortalità potrà essere raggiunta estraendo meccanicamente, grazie alle più avanzate tecnologie, l’essenza dell’individuo dalla corruttibile forma corporea.

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L’inquietante prospettiva del movimento transumanista non è passata inosservata allo scrittore-giornalista irlandese Mark O’Connell, il quale ha pubblicato nel 2017 il suo primo libro, l’interessante inchiesta “Essere una macchina” (tradotto in Italia dall’editore Adelphi, 2018).  Il lettore è catturato alla lettura grazie alla modalità molto discorsiva con cui O’Connell narra  in prima persona lo straordinario viaggio intrapreso per  cercare di comprendere, tra convegni, conferenze, interviste, sopralluoghi e riflessioni, il fenomeno transumanista. Abbiamo infine il ritratto di questo movimento di liberazione «basato sulla convinzione che possiamo e dovremmo usare la tecnologia per controllare l’evoluzione futura della nostra specie», in quanto la biologia è ritenuta il nostro carceriere, la morte la nostra grande disgrazia e la tecnologia l’unico redentore.

Di particolare interesse la visita alla sede della Alcor Life Extension Foundation, un edificio grigio di vetro e acciaio nel mezzo del deserto del Sonora, in Arizona. La Alcor possiede il più grande dei quattro impianti di crioconservazione esistenti al mondo; qui centinaia di persone ancora viventi hanno preso accordi affinché i loro cadaveri vengano trasportati all’Alcor nel più breve tempo possibile, dopo la certificazione della morte clinica, per essere messi in criosospensione, finché la scienza non troverà un modo per riportarli in vita. Nella maggior parte dei casi, la procedura di criosospensione prevede la separazione della testa dal corpo, in quanto – come sostiene il movimento transumanista – sarà possibile in futuro fare l’upload (il trasferimento) del cervello su un supporto artificiale, un computer. Attualmente, nei laboratori dell’Alcor sono già presenti circa 120 “soggetti” le cui teste sono mantenute congelate a temperature bassissime nell’azoto liquido, all’interno di piccoli cilindri di metallo descritti dall’autore come «simili ai classici cestini dei rifiuti di acciaio inossidabile che si trovano nel reparto bagno dell’IKEA». Le persone in vita, invece, già iscritte al programma sono al momento oltre 1200.

Purtroppo non si tratta di un racconto di fantascienza, ma di pura realtà, come è possibile verificare direttamente dal sito dell’Alcor su https://alcor.org.

Un “dewar” della Alcor, dove vengono mantenuti i corpi in crio-sospensione.

O’Connell ha trascorso un’intera giornata con il Presidente e Amministratore Delegato dell’Alcor Max More, autoproclamato fondatore del movimento transumanista, che ha valutato 200mila dollari il costo per mantenere un intero corpo in sospensione, mentre per circa 80mila si può scegliere di criosospendere solo la testa (il “cephalon“, come viene chiamato da More). Questi costi vengono coperti da ricche polizze assicurative, che incassano i premi annuali durante tutta la vita dei loro clienti.

«La Alcor è un luogo costruito per accogliere i cadaveri degli ottimisti» commenta O’Connell «il silenzio, al suo interno, è gravido di paradossi» [p. 46]. Secondo Max More «Se il nostro corpo si rompe, dobbiamo averne un altro. Si può morire in qualsiasi momento e questo non è né indispensabile né accettabile. Come transumanista non ho alcun rispetto per la morte, mi infastidisce e non la tollero. Siamo una specie nevrotica proprio a causa della nostra mortalità, perché la morte ci sta sempre col fiato sul collo» [p. 53].

O’Connell è entrato in contatto anche con l’accademico svedese Anders Sandberg, il quale sostiene che le capacità umane possono essere migliorate attraverso protesi cerebrali. Uno scenario plausibile comporterebbe prima l’acquisizione di droghe intelligenti e tecnologie indossabili per poi transitare verso tecnologie di estensione della vita e, successivamente, il trasferimento del cervello. «Ma» si domanda O’Connell «questa è davvero liberazione oppure asservimento totale alla tecnologia? Se il mio cervello diventa un’emulazione elettronica di me stesso, sono ancora io?» Insomma tutto il pensiero di Sandberg e dei suoi colleghi del Future of Humanity Instituteappaiono all’autore ancor meno realistiche di quelle di una buona sequenza di un film di fantascienza.

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Il viaggio prosegue con l’incontro di Randal Koene, un neuroscienziato olandese fondatore di CarbonCopies. Si legge sul suo biglietto da visita “Percorsi realistici verso una mente indipendente dal substrato”. Dietro questa definizione sibillina, si nasconde un concetto molto chiaro ereditato dall’informatica. Un software “indipendente dal Sistema Operativo” è un’applicazione che può funzionare su qualunque tipo di macchina, quindi diventa estremamente portabile e non legata a nessun substrato. Una “mente indipendente dal substrato” eredita questo concetto per rappresentare un cervello che possa funzionare indipendentemente dal corpo umano o dalla macchina su cui è “installato” e – quindi – rappresenta il primo processo fondamentale verso il cosiddetto “uploading” del contenuto del cervello. I transumanisti quando parlano di “libertà morfologica”: intendono parlare della libertà di assumere una qualunque forma tra quelle consentite dalla tecnologia.

Koene lavora fuori dai circuiti accademici, nella certezza – carica d’ansia – che il pochissimo tempo a sua disposizione diminuisce ogni ora. Viene da chiedersi come possano questi scienziati trovare gli ingenti fondi necessari per allestire laboratori per una ricerca del genere. L’inchiesta di O’Connell ci rivela che il tecno-ottimismo radicale della Silicon Valley, dalle ambizioni fuori misura, è divenuto l’ecosistema accogliente per Koene il quale dichiara :«Ci sono persone ricche e influenti, da quelle parti, convinte che un futuro in cui la mente umana sarà trasferibile su un computer merita di essere attivamente perseguito, con robuste iniezioni di liquidità» [p. 61].

I paasi del progetto della “2045 Initiative” (clicca per ingrandire)

È della stessa opinione Dmitry Itskov, russo, miliardario del settore tecnologico, fondatore di “2045 Initiative”, organizzazione il cui obiettivo è «creare tecnologie che rendano possibile il trasferimento della personalità di un individuo su un supporto non biologico più avanzato, e che permettano di allungare la vita fino alla soglia dell’immortalità» [p.62]. Uno dei suoi progetti prevede la creazione di avatar: corpi umanoidi artificiali controllabili da un’interfaccia neurale, tecnologie che agirebbero da complemento per l’uploading del cervello.

O’Connell a questo punto non manca di notare le numerose affinità di questa tendenza transumanistica con molti temi mitici che rappresentano il desiderio dell’uomo di immortalità. «Non c’è futuro utopico» scrive «che non sia, in un modo o nell’altro, una lettura revisionistica del passato mitico» [p. 64]. Ma dovremmo ricordare che i miti sono una rappresentazione dei sogni e problemi dell’uomo e che non è possibile ‘vivere in diretta un mito’.

Durante la partecipazione a un convegno in Svizzera su neuroscienze e tecnologia, O’Connell ha avuto modo di raccogliere anche qualche testimonianza contro-corrente rispetto a quelle incontrate nel corso della sua sconcertante inchiesta. Miguel Nicoleis, uno dei più eminenti neuroscienziati, professore della Duke University ritiene che l’idea di simulare a mente umana su qualsivoglia piattaforma computazionale è fondamentalmente in contrasto con la natura dinamica dell’attività cerebrale. «La mente è ben più di una somma di informazioni o di una massa di dati» dice Nicoleis «L’informazione elaborata dal cervelloviene usata per riconfigurare la sua stessa struttura e funzione, creando una perpetua integrazione ricorsiva tra informazioni e materia cerebrale… Sono proprio le caratteristiche che definiscono una sistema adattivo e complesso quelle che minano la nostra capacità di predire e simulare il suo comportamento dinamico» [p. 70].

Quando O’Connell incontra Ed Boyden, un neuroingegnere che dirige il gruppo di ricerca di Neurobiologia Sintetica presso il MIT Media Lab, e che sta lavorando nella costruzione di strumenti per mappare e controllare il cervello, gli pone una domanda sulla coscienza. «Il problema della coscienza, qualsiasi cosa tu intenda» risponde tranquillamente Boyden «è che non abbiamo modo di stabilire se c’è oppure no. Nel senso che non si trova un test con un punteggio a partire dal quale si possa affermare che la coscienza esiste. Per questo è difficile determinare se una simulazione sia, di per sé, cosciente» [p.72]. Sembra dunque che il problema non sia di interesse scientifico.

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Nel capitolo dedicato alla Singolarità Tecnologica (argomento già affrontato nell’articolo: Il lato oscuro della Singolarità Tecnologica), O’Connell cita gli scritti e le dichiarazioni di Raymond Kurzweil, il noto inventore e scrittore futurista americano. La Singolarità di Kurzweil è una visione quasi psichedelica dell’abbondanza tecnologica, una teleologia in cui tutta la storia converge verso un’apoteosi dell’intelletto puro. «Dopo la Singolarità non ci sarà più distinzione tra umano e macchina, tra realtà fisica e virtuale» scrive Kurzweil, e alla domanda se tale fusione non equivarrebbe alla fine dell’umanità, ribatte che la Singolarità è piuttosto l’ultimo traguardo del progetto umano, l’affermazione della qualità che ci ha sempre caratterizzati e distinti come specie: l’inestinguibile brama di trascendere i limiti fisici e mentali.  Il dubbio è però su come l’uomo intenda soddisfare la sua brama e O’Connell ammette di non trovare nessun fascinoin questa prospettiva di fusione e di dichiarato declino dell’essere umano in quanto tale.

Lo scrittore-giornalista irlandese Mark O’Connell

Oltre a esplorare le strade che porterebbero l’uomo a essere più simile alle macchine, l’autore intraprende anche la via opposta, indagando sui recenti progressi dell’Intelligenza Artificiale nei moderni sistemi computazionali e su come i computer possano imitare l’essere umano.  I sistemi di calcolo sono molto efficienti nell’elaborazione di informazioni a velocità per noi impossibili, tuttavia forniscono risultati alquanto deludenti rispetto ai movimenti imprevedibili di pensiero che la coscienza richiede. Anche per quanto concerne la fisicità, rimane difficile – ha confidato a O’Connell un espositore a una fiera robotica in California – far eseguire ai robot alcune delle più semplici azioni umane: «Saresti sorpreso di quanto sia difficile risolvere il problema dell’abbraccio».

Ciononostante, l’intelligenza artificiale desta preoccupazione pari, se non maggiore, a quella del transumanesimo dal momento che il governo degli Stati Uniti sta investendo dal 1999 nella ricerca sui bioibridi– incroci tra creature e macchine. L’intelligenza artificiale ha suscitato l’allarme anche in personaggi come Bill Gates e Stephen Hawking, che hanno avvertito che mentre lo sviluppo dell’AI «potrebbe essere il più grande evento in storia umana, potrebbe anche essere l’ultimo, a meno che non impariamo a evitarne i rischi». Il rischio maggiore è rappresentato proprio dalla Singolarità, il punto in cui l’intelligenza tecnologica diventerà così avanzata da rendere l’umanità essenzialmente obsoleta. Le macchine super intelligenti potrebbero distruggere l’umanità non perché ostili ma perché indifferenti. Come afferma il teorico della sicurezza dell’intelligenza artificiale Eliezer Yudkowsky, “L’intelligenza artificiale non ti ama o ti odia, ma sei fatto di atomi che può usare per qualcos’altro.”

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Essere una macchina” non è solo un’inchiesta su una particolare visione del futuro, bensì una rappresentazione psicologica di coloro che cercano di realizzarla. Il movimento transumanista attrae persone che (alla lettera) si sentono infelici nei loro corpi e che vogliono ignorare che il significato della vita umana è inseparabilmente legato all’intero ciclo vitale, dalla nascita alla morte. La vita umana è considerata il problema, la tecnologia è la soluzione. Ma la vita infinita che sognano e vorrebbero raggiungere è proprio la fine della vita umana stessa. «In tutto ciò che definivano come liberazione», dice O’Connell, «ho trovato difficile vedere altro che annientamento».

L’uomo, come ha scritto Julien Ries, è Homo religiosus, ancor prima di essere Homo faber.  Le religioni esprimono il bisogno dell’uomo di confrontarsi con il mistero della nascita e della morte, e dunque con la fragilità e caducità della creatura umana rispetto al mistero infinito del divino. Il movimento transumanista, inquietante espressione del nostro momento, fa della tecnologia la sua nuova religione e ad essa affida la speranza della ’salvezza’ dell’essere umano.  Questa salvezza l’uomo moderno, Homo technologicus, nell’epoca della ‘morte di Dio’ non può che chiederla a se stesso o meglio alle macchine da lui stesso create.

In altri termini, la cultura del tecno-progressismo – che ha respinto ogni atteggiamento religioso, fondato sull’ anelito spirituale a cercare l’essenza stessa della vita al di là del breve periodo terreno – sta costruendo la sua nuova religione laica nell’assoluta fiducia che la Tecnologia possa salvarlo dall’angoscia del nulla e offrirgli ‘la vita eterna’.

 


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5 pensieri riguardo “Essere una macchina?

  • 30 Novembre 2018 in 15:24
    Permalink

    Ciao Direttore,c’è sempre molto da imparare leggendo i tuoi articoli. Complimenti ed un abbraccio con immutata stima ed affetto. Rosario

    Risposta
    • 30 Novembre 2018 in 15:37
      Permalink

      Grazie Saro! Ricambio l’abbraccio.

      Risposta
  • 1 Dicembre 2018 in 10:05
    Permalink

    Ottima recensione, complimenti!
    Anch’io ho letto il libro di O’Connell e condivido le tue considerazioni.
    Ne riparleremo domani.
    Un caro saluto, a presto
    Francesco

    Risposta
  • 1 Dicembre 2018 in 18:29
    Permalink

    Articolo davvero interessante, come sempre Ing. Marzocca.
    Si evolvono i mezzi e la tecnologia, ma il desiderio dell’Uomo sembra essere inchiodato da millenni sul peccato originale: essere come Dio.
    Attraverso una mela nell’Antico Testamento, o attraverso un trasferimento di dati, oggi, si persegue il sogno dell’immortalità, certi – peraltro – che sia migliore della mortalità.
    Anche io, certo, ho una speranza oltre il limite della materia… ma è quella della trasformazione, che del resto non spezza ma sposa nel profondo la Legge di Natura.
    Forse, ipotizzo, più che un upload sarà l’entanglement a conservare l’informazione e la memoria della nostra interazione terrena, di quel groviglio di pensieri e sentimenti che chiamiamo coscienza!
    Un caro saluto
    Laura

    Risposta
    • 1 Dicembre 2018 in 18:36
      Permalink

      Carissima dottoressa, la sua ipotesi finale è assolutamente condivisibile, la penso anch’io così! Grazie.

      Risposta

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