Snowden: il prezzo del gioco tecnologico

 

La recente uscita del film “Snowden, l’ultimo lavoro del regista Oliver Stone (fra le sue opere biografiche: Alexander, JFK, Nixon) ci offre l’opportunità di rivedere con estrema chiarezza il rapporto dell’uomo moderno all’interno della rivoluzione digitale e nei confronti dell’esponenziale disponibilità della tecnologia a tutti i livelli.

nsa-snowdenIl film ripercorre con grande precisione di dettagli la storia di Edward Snowden dal 2003 al 2013, nella vicenda che in Italia fu denominata “Datagate“. Per chi non ricorda i fatti, all’età di 21 anni il giovane Snowden, esperto di codici di sicurezza e di strutture di attacco/difesa informatiche, viene reclutato dalla CIA con il compito di sorvegliare le procedure di sicurezza digitali dell’Agenzia. Nel 2007 lavora sotto copertura diplomatica per conto della CIA a Ginevra, dove comincia ad avere accesso a documenti riservati e a nutrire dubbi sulla correttezza dell’operato dell’organizzazione. In seguito lascia la CIA per problemi da lui definiti “di coscienza” per tornare a lavorare poco dopo, da esterno, come consulente della NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale), l’organismo governativo degli Stati Uniti d’America che, insieme alla CIA e all’FBI, si occupa della sicurezza nazionale.

Dopo un periodo di lavoro in Giappone, Snowden viene assegnato alla base di Oahu, Hawaii. Questo sarà il suo ultimo lavoro per conto del Governo USA in quanto, nel maggio del 2013, il giovane volerà a Hong Kong dove incontrerà in segreto due giornalisti del Guardian e del Washington Post, ai quali rivelerà migliaia di documenti riservati sull’attività di sorveglianza svolta dall’NSA nei confronti degli altri Paesi.

Pochi giorni dopo, naturalmente, il Dipartimento di Giustizia americano emette un mandato di cattura nei suoi confronti per attività di spionaggio e di furto di materiali governativi, ma Snowden riesce a rifugiarsi a Mosca.

Cosa aveva scoperto Snowden di così grave tanto da portarlo a prendere una decisione che avrebbe sconvolto la sua vita personale? La CIA e l’NSA, sotto l’apparente “ombrello” della sicurezza nazionale, spiava e raccoglieva dati da qualunque mezzo elettronico impiegato da chiunque in ogni Paese del mondo. Posta elettronica privata, account social, telefonate, messaggi dei cellulari. Gli strumenti di indagine realizzati dai servizi segreti USA erano in grado di attivare webcam a distanza, o di ricercare indizi di ogni tipo (anche molto personali) relativamente a una persona e ai suoi contatti di terzo o quarti livello accedendo così, in una sola ricerca, a milioni di persone inconsapevoli.

Quando il Guardian e il Washington Post iniziarono a pubblicare i rapporti ricevuti da Snowden, la notizia rimbalzò nel mondo intero alla velocità dei bit. Nell’arco di un mese, la stampa italiana rivelò che l’attività di monitoraggio delle Agenzia americane aveva prodotto intercettazioni relative anche al Premier italiano, quello tedesco, al Presidente francese e molti alti parlamentari dell’Unione Europea.

Per chi volesse approfondire, il web mette a disposizione notizie molto dettagliate sull’argomento. Tuttavia vorrei qui cercare di ampliare la visione dai fatti di cronaca verso il contesto più generale in cui la vicenda si pone.

Il progresso tecnologico, e con esso la conseguente rivoluzione digitale del mondo, è stato così rapido negli ultimi 20 anni che l’uomo stesso non è riuscito a rendersi pienamente consapevole di cosa sia accaduto. Scrive Umberto Galimberti: “Il rapporto uomo/tecnica si è capovolto, nel senso che non è più l’uomo il soggetto della storia, ma lo è diventato la tecnica. L’uomo è diventato il funzionario degli apparati tecnici a cui appartiene“. Questo “ribaltamento” di cui parla Galimberti è recente nella nostra storia, in quanto avvenuto con velocità non compatibili con il normale adattamento dell’essere umano alle modifiche del proprio ambiente e – soprattutto – è avvenuto senza che nessuno si fosse minimamente posto il problema delle conseguenze.

Oggi con poche centinaia di euro si può scendere al negozio sotto casa (o meglio, ordinare online dalla propria sedia) e acquistare un moderno smartphone, un gioiello tecnologico dotato di un potere, fino a pochi anni fa, inimmaginabile. Tuttavia è proprio la “semplicità” del gesto che ne offusca il significato. Non c’è bisogno di percorrere nessun processo iniziatico, di acquisire nessun sapere privilegiato, per poter entrare in possesso e accedere allo strumento tecnologico. E in un attimo la propria identità esce allo scoperto senza alcuna difesa ed entra in rete.

snowden_filmTutto ciò ha i suoi grandi e indiscutibili vantaggi, non c’è dubbio. Eppure questo “affidamento” porta con sé anche un altrettanto grande rovescio della medaglia. Tornando al film di Oliver Stone, c’è una frase che passa veloce rischiando di essere trascurata: quando il giovane Snowden contesta al suo capo (un alto dirigente della CIA) i metodi che l’Agenzia sta mettendo in atto per il controllo del pianeta, l’ufficiale gli risponde: “Vogliono partecipare al gioco (tecnologico)? Questo è il prezzo”.

Si tratta però di un prezzo molto alto, di cui spesso si ignora il valore quando una foto, un pensiero, un messaggio o una email viene inviata sulla rete. Se un’azione è tecnicamente possibile, l’uomo la attuerà. E questa tendenza è ben dimostrata nel film di Stone.

È interessante l’argomentazione del filosofo Giuseppe Lampis nel suo saggio “L’arte della politica al tramonto della modernità (Edizioni Mythos 1994) sull’aspetto gerarchico e aristocratico della tecnica, la quale condiziona e predispone l’organizzazione sociale e ne determina l’ordine reale. Scrive Lampis: “La tecnica non può contraddire la sua natura aristocratica; se si rende disponibile alla massa ci deve essere una ragione non superficiale da scoprire. Sembra che la tecnica, per portare a compimento il suo destino, debba subire un mascheramento”.

Nel 2014 Luciano Floridi, professore di Etica delle Informazioni all’Università di Oxford, ha rivolto 3 domande a Snowden durante una conferenza in cui il giovane informatico era in collegamento video dalla Russia. Snowden ha offerto alcuni commenti equilibrati, bene informati e ragionevoli sulla necessità di ripristinare la fiducia, attuare controlli seri e misure di responsabilità, e far sì che i governi smettano di erodere costantemente i diritti civili. Tuttavia la tentazione di cogliere la mela dall’albero quando la stessa è così vicina alla mano, è troppo grande. La sottile linea che separa un’azione di “difesa nazionale della sicurezza” da un’ingerenza nei diritti civili della persona è sempre più flebile e soprattutto la decisione non è nelle mani di entità sovranazionali incaricate di sorvegliare l’etica del mondo, ma di Governi purtroppo interessati al solo potere economico e politico.

Ciò che maggiormente inquieta è che al giorno d’oggi non disponiamo più di un pensiero alternativo a quello tecnico/tecnologico. Alle domande di cosa sia “buono e giusto” per l’uomo, viene anteposto “l’utile e il vantaggioso, il profittevole e il conveniente”. E se per raggiungere quegli scopi occorre infrangere qualche regola etica… pazienza.

Nel frattempo, Edward Snowden continua a vivere in qualche città della Russia. Il 29 ottobre 2015 il Parlamento europeo con 285 voti a favore (e 281 contrari), ha chiesto agli stati membri di offrire protezione e di ritirare ogni impugnazione penale nei confronti di Edward Snowden ed evitare che sia concessa l’estradizione o consegna a Paesi terzi “riconoscendo il suo statuto di informatore e di difensore internazionale dei diritti umani“.

Non è ancora stato scritto il seguito di questa storia.

 

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