Abbiamo bisogno di un colpevole

A luglio avevo concluso un articolo con alcune domande: quanto abbiamo visto prima che accadesse? Quante volte abbiamo pensato che non ci riguardasse? E quante volte ci siamo raccontati che, al nostro posto, chiunque avrebbe fatto la stessa cosa?
Avevo scritto che a settembre sarei tornato su quelle domande. Ce n’era però un’altra, che allora avevo lasciato fuori: le ferite collettive hanno davvero un solo colpevole?
Quando accade qualcosa di grave, la prima cosa che vogliamo sapere è chi è stato. È naturale ed è anche necessario: esistono responsabilità precise, colpe che devono essere accertate, esiste la giustizia.
Ma trovare un colpevole serve anche a mettere ordine. Qualcuno ha provocato il male, qualcun altro lo ha subito. Sappiamo da quale parte stare e abbiamo una spiegazione.
La realtà, però, non sempre è così ordinata.
Quello che accade prima
Ci sono tragedie che hanno un responsabile evidente. Qualcuno ha preso una decisione, ha compiuto un gesto, ha oltrepassato un limite.
Ma prima possono esserci state molte altre cose.
Piccoli compromessi. Ambizioni. Paure. Qualcuno che avrebbe potuto parlare e non lo ha fatto. Qualcuno che non ha visto. Qualcun altro che ha visto, ma ha preferito pensare che non fosse affar suo.
Presi uno alla volta, molti di questi comportamenti sembrano insignificanti. Nessuno pensa di stare preparando qualcosa di irreparabile.
Poi qualcosa accade e cominciamo a guardare indietro.
È allora che vediamo collegamenti che prima non vedevamo: non potevo sapere, non dipendeva da me, non spettava a me decidere, al mio posto chiunque avrebbe fatto lo stesso.
A volte è tutto vero, eppure rimane una domanda: se ciascuno aveva le proprie ragioni, se nessuno voleva che accadesse e nessuno poteva prevederlo, come siamo arrivati fin lì?
Forse è qui che la parola colpa non basta più.
Una domanda diventata storia
Una comunità è fatta anche di questo: relazioni, interessi, paure, abitudini e silenzi. Cercare chi abbia provocato una ferita è necessario. Ma non sempre basta a capire come quella ferita sia diventata possibile.
Non significa dividere la colpa fra tutti. Significa guardare anche quello che è accaduto intorno.
È una domanda sulla quale torno da tempo ed è diventata anche il centro di Prima che facesse sera.
Nel mio recente romanzo ci sono responsabilità precise, ma c’è anche tutto ciò che avviene prima: decisioni apparentemente secondarie, cose non dette, persone convinte di fare ciò che devono fare. Quando conosciamo la fine di una storia è facile tornare indietro e riconoscere il momento in cui qualcuno avrebbe dovuto capire.
Il problema è riconoscerlo mentre sta accadendo.
Prima che facesse sera
Forse esiste davvero, nelle vicende importanti, un momento nel quale tutto potrebbe ancora prendere un’altra direzione.
Ma in quel momento è ancora un giorno come un altro, abbiamo il nostro lavoro, i nostri problemi, le nostre preoccupazioni. Facciamo quello che ci sembra necessario e rimandiamo ciò che può aspettare. Solo dopo ci accorgiamo che qualcosa avrebbe potuto essere fatto prima.
Prima che fosse troppo tardi. Prima che facesse sera. È anche da qui che viene il titolo del romanzo.
Forse il problema non è soltanto stabilire chi abbia provocato una ferita. È capire quanto tempo quella ferita abbia impiegato a formarsi, quante persone l’abbiano vista crescere e quante abbiano pensato che riguardasse qualcun altro.
Perché, alla fine, un colpevole lo troviamo quasi sempre ed è rassicurante poterlo indicare.
Abbiamo tutti bisogno di un colpevole. Molto meno della verità.
__________________________________________________________
Prima che facesse sera è il mio ultimo romanzo della collana Acrònico Libri
__________________________________________________________
