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L’illusione politica del presente

Abbiamo perso le due classi che tenevano in piedi il Novecento.
Al loro posto, un vuoto riempito da slogan, rancori e promesse impossibili.

È in questo deserto che prosperano le nuove destre e i populismi.
Partendo da un’intuizione di Michele Serra, provo a raccontare come ci siamo arrivati.

 

La fine delle due grandi classi del Novecento

C’è un pensiero che da tempo si aggira tra le pieghe del dibattito pubblico, ma che pochi hanno il coraggio di formulare con chiarezza: le due classi sociali che hanno dominato l’immaginario, la politica e i conflitti del Novecento – la borghesia e la classe operaia – hanno concluso il loro ciclo storico.

Siamo rimasti senza classi sociali forti e senza anticorpi culturali. E quando il vuoto cresce, qualcuno lo riempie con slogan facili e illusioni.

Questa idea non nasce dal nulla. È un’intuizione che Michele Serra ha recentemente sviluppato in un articolo pubblicato su Il Post nella sua consueta newsletter settimanale, offrendo una chiave di lettura tanto schematica quanto illuminante sul nostro tempo. Serra osserva come le due classi che hanno dominato il Novecento – la borghesia colta e la classe operaia industriale – siano state progressivamente svuotate dal nuovo capitalismo, fino a diventare quasi irrilevanti nel panorama sociale e politico contemporaneo.

Questa intuizione merita di essere approfondita, perché aiuta a comprendere non solo il passato, ma soprattutto il presente.

 

La classe operaia: un mito che non trova più il suo luogo

La classe operaia, per decenni protagonista della scena politica e sindacale, oggi fatica persino a riconoscersi. La sua centralità nella produzione è evaporata:

  • la fabbrica è stata sostituita da automazione e robotica
  • il lavoro è frammentato in micro-occupazioni precarie
  • la rappresentanza collettiva è diventata quasi impossibile

Immaginare un nuovo “Quarto Stato” dei rider o dei lavoratori intermittenti è un esercizio di fantasia. Non perché manchino le ingiustizie, ma perché manca l’unità materiale che un tempo teneva insieme milioni di persone.

 

La borghesia: un’eredità culturale diventata superflua

Se la classe operaia è stata svuotata, la borghesia è stata scavalcata. La sua estetica – librerie domestiche, formalismi, linguaggi curati, fede nella competenza – non solo appare datata, ma addirittura d’intralcio ai nuovi obiettivi politici populisti.

Il capitalismo contemporaneo infatti sembra non avere più bisogno di:

  • educazione e correttezza nei modi
  • meritocrazia come valore condiviso
  • razionalità liberale
  • professioni come pilastri dell’ordine sociale

La sua forza è predatoria, immediata, algoritmica. Non richiede mediazioni culturali. Non ha bisogno di una classe dirigente “educata”. Gli ultimi governi tecnici, con i loro professori in loden e i tailleur sobri, sono stati il canto del cigno di un mondo che si illudeva ancora di essere indispensabile.

 

Il vuoto lasciato dalle classi

Secondo Serra, la borghesia colta — con le sue librerie domestiche, il suo formalismo, la sua fede nella competenza — è diventata un ingombro per il nuovo capitalismo, mentre la classe operaia è stata dissolta dalla frammentazione del lavoro e dall’automazione.

Ed è proprio in questo vuoto culturale e sociale, lasciato da due classi che un tempo strutturavano il conflitto e la rappresentanza, che si sono inserite le nuove destre e i populismi contemporanei, in Italia e nel mondo.

Questi movimenti hanno costruito il loro successo su un meccanismo semplice e potentissimo: trasformare la complessità in slogan, la frustrazione in identità, la paura in appartenenza.

La politica smette di essere un luogo di elaborazione e diventa un teatro di narrazioni emotive. Le promesse non devono essere realizzabili: devono essere credibili al momento del voto.  

E una parte dell’elettorato — priva di anticorpi culturali, priva di strumenti critici, priva di comunità — finisce per aderire a queste narrazioni come si aderisce a un racconto salvifico.

Questo fenomeno non riguarda solo l’Italia: è globale.

Dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Europa orientale all’Europa occidentale, le nuove destre e i populismi prosperano dove il tessuto culturale si è assottigliato, dove la memoria collettiva è fragile, dove la solitudine sociale rende più facile credere a chi offre risposte immediate e nemici facili.

In assenza di classi sociali forti, la politica identitaria diventa l’unico collante.

E quando la politica si riduce a identità, la verifica dei fatti diventa superflua.

È così che si crea un elettorato che non si accorge — o non vuole accorgersi — di essere preso in giro.

 

Dopo il Novecento, il vuoto è diventato un terreno di conquista

La tesi di Serra non è un esercizio nostalgico: è una diagnosi. La fine della borghesia e della classe operaia non ha prodotto una società più libera, ma una società più esposta. Senza classi capaci di organizzare il conflitto, senza culture collettive in grado di filtrare la realtà, il campo è rimasto aperto a chi sa occupare il vuoto con narrazioni seducenti, slogan semplici e promesse che non hanno bisogno di essere mantenute per funzionare.

La politica smette di essere un luogo di elaborazione e diventa un teatro di narrazioni emotive

Il capitalismo digitale ha riempito lo spazio lasciato dalle vecchie classi con algoritmi, piattaforme e leadership che non devono rendere conto a nessuno. La politica, dal canto suo, spesso si limita a cavalcare questo vuoto: trasforma la complessità in identità, la frustrazione in appartenenza, la paura in consenso. E una parte dell’elettorato, priva di anticorpi culturali e comunitari, finisce per aderire a queste narrazioni senza chiedere verifiche, senza pretendere risultati, senza riconoscere l’inganno.

Una democrazia senza classi consapevoli è una democrazia vulnerabile. Vulnerabile alla propaganda, alla semplificazione, alla promessa impossibile. Vulnerabile a chi trasforma il disagio in fedeltà e la fedeltà in potere.

Se vogliamo immaginare un futuro diverso, dobbiamo ripartire da qui: ricostruire forme di coscienza collettiva capaci di vedere oltre la superficie, di smontare le illusioni, di pretendere responsabilità. Perché finché il vuoto resterà tale, sarà sempre qualcun altro a riempirlo. E non necessariamente nel nostro interesse.

2 pensieri riguardo “L’illusione politica del presente

  • gianfranco nicolini

    Complimenti per l’accurata analisi, che condivido pienamente. Una riflessione: dovremmo condividere e ri-scoprire il concetto di FORMAZIONE, oltre che nel metodo, ma come strategia per tentare di sovvertire il “modo di vivere”.FORMAZIONE 1 definire obiettivi

    Definire gli obiettivi è un passaggio cruciale nel processo di formazione. Gli obiettivi chiari e specifici forniscono direzione e scopo, permettendo di misurare il progresso e il successo. Ecco alcuni passaggi per definire gli obiettivi di formazione:
    1. Identificare i bisogni formativi
    Analisi del contesto: Comprendere il contesto in cui si opera e identificare quali sono le lacune di competenze o conoscenze.
    Feedback e valutazioni: Raccogliere feedback dai partecipanti, dai tutor e dai responsabili per capire quali aree necessitano di miglioramento.
    2. Stabilire obiettivi SMART
    Assicurati che gli obiettivi siano:
    Specifici: Devono essere chiari e dettagliati. Cosa vuoi ottenere esattamente?
    Misurabili: Devono essere misurabili per valutare il progresso (es. “Aumentare della capacità del 20%”).
    Achievable (Raggiungibili): Devono essere realistici e raggiungibili data la realtà del gruppo e delle risorse disponibili.
    Relevant (Rilevanti): Devono essere pertinenti rispetto agli obiettivi generali dell’organizzazione e applicabili nel contesto di lavoro.
    Time-bound (Temporizzati): Devono avere una scadenza definita entro la quale dovrebbero essere raggiunti.
    3. Coinvolgere i partecipanti
    Discussione: Coinvolgere i partecipanti nella definizione degli obiettivi per garantire che siano motivati e comprensivi del percorso formativo.
    Raccogliere input: Chiedere opinioni sulle loro aspettative e su come percepiscono i loro bisogni formativi.
    4. Documentare gli obiettivi
    Scrivere gli obiettivi: Mettere per iscritto gli obiettivi stabiliti e condividerli con tutti gli attori coinvolti nella formazione.
    Piano di azione: Creare un piano d’azione che delinei come gli obiettivi verranno raggiunti, con attività e risorse necessarie.
    5. Monitoraggio e valutazione
    Valutazione continua: Prevedere momenti di monitoraggio durante il percorso formativo per verificare il raggiungimento degli obiettivi.
    Feedback finale: Alla conclusione del percorso, raccogliere feedback e valutazioni per capire quanto gli obiettivi siano stati raggiunti.

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    • Fabio MarzoccaAutore articolo

      Grazie caro dottore per il prezioso contributo!

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