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Oltre il confine: il bisogno umano di meraviglia

(Tratto dal saggio “Reality shifting opens portals to the weirdness of our world”,
di Ed Simon, Psyche Ideas 2025)

 

Il fenomeno del reality shifting (letteralmente: spostamento della realtà) affascina e divide il web. È un intreccio complesso di psicologia, riferimenti alla fisica teorica e, soprattutto, di un profondo desiderio umano di senso e significato.

Per molti reality shifter, il punto di partenza è il cosiddetto Effetto Mandela, un fenomeno descritto per la prima volta dalla ricercatrice paranormale Fiona Broome nel 2009. Come ricorda Ed Simon in un articolo per Psyche Ideas, Broome e molte altre persone sostenevano di ricordare con assoluta certezza la morte di Nelson Mandela in prigione negli anni ’80, un evento che, nella nostra realtà storica, non è mai avvenuto.

Nel tempo, il catalogo di questi falsi ricordi collettivi si è ampliato. È in questo contesto che nasce la pratica del reality shifting, definita in un articolo scientifico del 2021 citato da Simon come “l’esperienza di essere in grado di trascendere i propri confini fisici e visitare universi alternativi, per lo più fittizi”. Il fenomeno ha conosciuto una rapida diffusione online durante la pandemia, soprattutto tra la Generazione Z e i millennial, grazie a piattaforme come TikTok, Reddit e Discord.

Il concetto di reality shifting è stato esplorato anche nel cinema, offrendo spunti di riflessione e intrattenimento. Film come Inception (2010) di Christopher Nolan trattano direttamente temi di realtà alternative e controllo dei sogni. In Inception, i personaggi entrano in sogni condivisi, manipolando la realtà all’interno di essi, che è un esempio chiaro di reality shifting. Un altro film che esplora un concetto simile è The Matrix (1999), dove i protagonisti scoprono che la loro realtà è una simulazione e imparano a manipolarla.

Chi pratica il reality shifting crede che, attraverso specifiche tecniche di rilassamento, concentrazione e auto-suggestione, sia possibile far “scivolare” la propria coscienza in una realtà desiderata (Desired Reality o DR), spesso ispirata a mondi narrativi come libri, film o serie TV. Alcuni arrivano persino a sostenere di essersi trasferiti in modo permanente in una realtà parallela, descritta come leggermente “perpendicolare” alla nostra.

Scienza ed esperienza: un dialogo complesso

Dal punto di vista scientifico, il reality shifting rappresenta una sfida difficile da affrontare. Come osserva Simon, “non solo non esistono prove a suo favore, ma non potrebbero mai esistere”. Il fenomeno è infatti non falsificabile: non produce tracce materiali verificabili e rimane confinato all’esperienza soggettiva di chi lo vive.

Fisici come Michio Kaku riconoscono che, in linea teorica, universi paralleli — come quelli ipotizzati dall’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica — potrebbero esistere. Tuttavia, secondo la scienza attuale, noi saremmo completamente “disaccoppiati” da essi. Per questo motivo, molti psicologi e studiosi interpretano il reality shifting come una forma avanzata di sogno lucido, di immaginazione immersiva o di narrazione interiore. Alcuni esperti mettono anche in guardia dal rischio di usare mondi alternativi come rifugio dalla realtà, cosa che potrebbe ostacolare lo sviluppo di adeguate strategie di gestione dello stress.

Se però si sospende temporaneamente il giudizio sulla sua veridicità oggettiva, il reality shifting appare sotto una luce diversa. Non più come una semplice moda da social network, ma come un potente indicatore di un bisogno umano profondo e antico: recuperare un senso di meraviglia di fronte all’esistenza. Questa sembra essere la sua funzione psicologica e culturale più significativa, che Ed Simon definisce come una forma di “defamiliarizzazione metafisica”. In altre parole, un modo per rendere di nuovo sorprendente ciò che di solito diamo per scontato.

Questa spinta trova solide risonanze nella tradizione filosofica. Come ricorda Simon citando Ludwig Wittgenstein, “il mistico non è come il mondo è, ma che il mondo esista”. Il vero mistero non risiede nei dettagli della realtà, ma nel fatto stesso che qualcosa esista invece del nulla. Allo stesso modo, Martin Heidegger poneva al centro della sua riflessione la “domanda sull’essere”.

Il reality shifting, nel suo tentativo di superare i confini del mondo quotidiano, mette in scena — spesso senza esserne consapevole — un confronto con questa radicale stranezza dell’esistenza. Non si limita ad affermare l’esistenza di dimensioni parallele, ma rende problematica e visibile la natura stessa della realtà in cui viviamo. In un’epoca in cui il reale viene spesso ridotto a dati, efficienza e routine, questa pratica impone una domanda semplice e destabilizzante: “E se tutto fosse diverso? E perché, invece, è proprio così?”

Una tradizione di pratiche immaginative

Osservato da questa prospettiva, il reality shifting perde l’aspetto di fenomeno isolato e bizzarro e si inserisce in una lunga tradizione di pratiche che utilizzano l’immaginazione come strumento di esplorazione e trasformazione interiore:

  • L’Immaginazione Attiva di Carl Jung, una tecnica che invita a dialogare consapevolmente con le immagini dell’inconscio, trattandole come realtà psichiche autonome da integrare.
  • Esercizi spirituali e meditazioni visive, presenti in molte tradizioni religiose e filosofiche, che usano l’immaginazione guidata per modificare il rapporto con il mondo e con se stessi.
  • L’arte surrealista e dadaista, che mirava a sovvertire la logica ordinaria per rivelare livelli più profondi della realtà psichica.
  • Le pratiche divinatorie (come Tarocchi o I Ching), il cui potere non risiede tanto nella previsione del futuro quanto nella capacità di generare nuove narrazioni interpretative, capaci di cambiare il modo in cui osserviamo una situazione.

Tutte queste pratiche condividono un elemento centrale: non modificano il mondo fisico, ma allenano l’immaginazione per trasformare l’esperienza soggettiva della realtà. Come suggerisce il filosofo Jeffrey J. Kripal, citato da Simon, abbiamo bisogno di una nuova teoria dell’immaginazione che riconosca come “la realtà sia spesso magica”, nel senso che mente e mondo entrano in risonanza in modi complessi e non del tutto spiegabili.

Qui emerge il paradosso più interessante del reality shifting. Il suo obiettivo dichiarato è la fuga verso una Desired Reality, spesso più affascinante, giusta o intensa. Il suo effetto psicologico più profondo, però, può essere l’opposto: restituire valore e potenziale alla realtà “originaria”.

Per tentare di “spostarsi” in un’altra realtà, chi pratica il reality shifting deve osservare con estrema attenzione i meccanismi della propria coscienza, della memoria e della percezione. Questa concentrazione intensa può avere un effetto collaterale inatteso: risvegliare la sensibilità verso gli aspetti nascosti della vita quotidiana, che normalmente passano inosservati.

È un effetto simile a quello della grande letteratura o della poesia: usando parole nuove, ci fanno vedere il mondo come se fosse la prima volta. Così, la ricerca di un portale verso altre dimensioni può trasformarsi, quasi senza volerlo, in un’esperienza di profonda presenza nel qui e ora.

In un contesto culturale spesso segnato da disincanto e iper-razionalità strumentale, pratiche come il reality shifting possono essere lette come forme di lieve resistenza psicologica. Tentativi di “re-incantare” il mondo e di reintrodurre il principio di possibilità in una realtà percepita come sempre più piatta, prevedibile e digitalizzata.

Non si tratta di negare la realtà dei fatti, ma di rifiutare che essa eserciti un dominio totale sull’esperienza interiore. È la rivendicazione di un diritto umano fondamentale: quello di abitare, anche solo temporaneamente, narrazioni esistenziali più ampie di quelle offerte dal contesto immediato. In questo senso, il viaggio verso una realtà in cui si è una versione idealizzata di sé è, prima di tutto, un viaggio simbolico attraverso desideri, paure e potenzialità inespresse.

Conclusione: oltre la forma esterna

Valutare il reality shifting esclusivamente in base alla sua veridicità letterale — una questione a cui, come visto, la scienza non può rispondere — significa perderne il significato più profondo. La sua importanza culturale non sta nella dimostrazione dell’esistenza dei multiversi, ma nella capacità di incarnare una domanda filosofica in una pratica popolare.

Il reality shifting ci ricorda che l’immaginazione non è un semplice passatempo, ma una facoltà cognitiva fondamentale attraverso cui costruiamo e abitiamo il mondo. Mostra quanto il bisogno di “altro”, di meraviglia e di significato sia potente, al punto da spingere migliaia di persone a elaborare complesse tecnologie dell’interiorità per soddisfarlo. Più che una strana fantasia da social network, il reality shifting può allora essere letto come l’espressione contemporanea di un bisogno antico: aprire portali verso il nuovo per riscoprire la meraviglia che vive, silenziosa, nel cuore del mondo ordinario.

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