Di chi è la colpa?

Ogni volta che succede qualcosa di grave, la domanda arriva quasi subito. Di chi è la colpa?
Non importa che si tratti di un incidente, del fallimento di un’azienda, della chiusura di un reparto ospedaliero o del suicidio di una persona. Dopo lo sgomento iniziale, parte la ricerca del responsabile. È una reazione comprensibile. Dare un nome a una colpa rende gli eventi più ordinati, più gestibili. Se esiste un colpevole, allora esiste anche un confine rassicurante tra lui e noi.
Negli ultimi anni, però, mi è capitato di pensare che molte delle vicende più dolorose non funzionino così.
Ci sono tragedie che non nascono da una decisione improvvisa, ma da una lunga successione di gesti minuscoli. Una pratica rimandata. Una telefonata mai fatta. Un finanziamento che salta. Un silenzio che diventa abitudine. Un’attenzione che si sposta altrove. Ogni scelta, presa da sola, sembra perfino ragionevole. È il loro accumularsi che, a un certo punto, produce qualcosa di irreparabile.
Il paradosso è che, quando quel momento arriva, nessuno si sente davvero responsabile.
Ognuno può spiegare le proprie ragioni. E spesso sono ragioni vere. C’era poco tempo. Mancavano le risorse. Non spettava a me. Non potevo sapere. Non era una mia decisione.
Forse è proprio questo l’aspetto più inquietante. Le tragedie più profonde non sono sempre costruite da persone malvagie. Molto più spesso attraversano persone comuni, che continuano a considerarsi corrette mentre fanno, o smettono di fare, ciò che ritengono inevitabile.
Solo dopo ci rendiamo conto che il momento decisivo era già passato. A volte era successo giorni prima. A volte soltanto prima che facesse sera.
Naturalmente esistono responsabilità precise e non tutto può essere diluito in una colpa collettiva. Sarebbe un errore altrettanto grave. Ma tra l’innocenza assoluta e la colpa piena esiste un territorio molto più ampio, che frequentiamo tutti senza accorgercene.
È il territorio delle omissioni, delle abitudini, delle giustificazioni che ripetiamo così a lungo da finire per crederci.
Forse è anche per questo che ci affrettiamo a trovare un unico colpevole. Non soltanto per ottenere giustizia, ma perché ci permette di smettere di guardarci intorno. E, soprattutto, di guardarci dentro.
Le domande più difficili non sono quasi mai: «Chi è stato?».
Sono altre. Quanto abbiamo visto prima che accadesse? Quante volte abbiamo pensato che non ci riguardasse?
E quante volte ci siamo raccontati che, al nostro posto, chiunque avrebbe fatto la stessa cosa?
Sono domande scomode. Non producono titoli efficaci e raramente offrono risposte definitive.
Forse è proprio per questo che vale la pena continuare a farsele.
Tuttavia queste domande meritano più spazio. A settembre vorrei riprenderle da un’altra prospettiva.

caro Fabio, mi intriga molto il tema che tu tratti, è un mare in cui tutti, chi più e chi meno, navighiamo facendo continuamente spallucce.
Siamo condannati quasi sempre all’ indifferenza.
Mi hai prodotto un corto circuito mentale facendomi tornare alla mente ciò che avevo studiato ai primi anni di università e cioè la teoria delle catastrofi che mi sembra incarni appieno il tuo argomento. Sono certo che tu conosca meglio di me l’ opera di Poincarè, Thom etc. che non per caso era filosofo oltre che matematico.
Ti prego di tenermi al corrente delle tue riflessioni.
Grazie, Giuseppe