La Repubblica dell’urlo Quando la politica parla alla pancia e considera l’intelligenza un ostacolo

Nella politica italiana contemporanea non vince necessariamente chi possiede gli argomenti migliori. Vince chi alza di più la voce, chi costruisce la frase più brutale, chi offre al pubblico un colpevole da odiare e una soluzione tanto semplice quanto falsa. Non importa che un’affermazione sia vera: importa che sembri vera per il tempo necessario a trasformarsi in un titolo, in un video di quindici secondi, in un’esplosione di rabbia sui social.
La politica non chiede più agli elettori di ragionare. Li invita a reagire.
E una parte crescente degli italiani accetta l’invito. Non vuole distinguere tra fatti e propaganda, tra una sentenza e uno slogan, tra una proposta realizzabile e una promessa da comizio. Vuole riconoscersi in qualcuno che gridi la sua stessa frustrazione. Se quel qualcuno urla abbastanza forte, persino la bugia diventa trascurabile: non conta ciò che dice, ma contro chi lo dice.
È questo il capolavoro della politica della pancia: avere trasformato la verità in un dettaglio e il volume della voce in una prova di autenticità.
Il caso Roggero e la giustizia trasformata in tifo
La vicenda di Mario Roggero è un esempio quasi perfetto di questo meccanismo.
La politica non chiede più agli elettori di ragionare. Li invita a reagire.
Roggero ha certamente subito una rapina violenta, insieme alla propria famiglia. Quel trauma non deve essere minimizzato. Ma dopo la rapina ha inseguito i tre uomini, uccidendone due e ferendone un terzo. La condanna a 14 anni e 9 mesi è diventata definitiva. I giudici hanno escluso la legittima difesa perché, al momento degli spari, l’aggressione era terminata e i rapinatori stavano tentando di allontanarsi in automobile. Non è un’opinione da salotto televisivo: è quanto accertato nel processo e confermato dalla Cassazione.
Eppure una parte della maggioranza ha deciso di raccontare un’altra storia: quella dell’uomo condannato semplicemente per avere “difeso la propria famiglia”. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera ha firmato una richiesta di grazia; la Lega ha annunciato pieno sostegno; Matteo Salvini si è esposto personalmente. Giorgia Meloni ha usato il caso per lanciare la formula, perfetta per i social, secondo cui chi commette reati non può essere risarcito.
Ma il punto non è provare simpatia per i rapinatori. Il punto è decidere se in uno Stato di diritto la pena venga stabilita dai tribunali oppure dall’applausometro.
Questa la regola che stanno pretendendo: non il diritto alla legittima difesa, ma la licenza di vendicarsi.
La legittima difesa protegge chi respinge un pericolo attuale. Non autorizza l’inseguimento, la vendetta o l’esecuzione del colpevole in fuga. Cancellare questa distinzione significa sostituire il diritto con il Far West: il cittadino diventa investigatore, giudice e boia, mentre la sentenza vale soltanto quando coincide con l’umore della propria tifoseria.
Il governo conosce benissimo questa differenza. Ma conosce altrettanto bene il rendimento elettorale della paura. Sa che spiegare una sentenza richiede tempo, mentre gridare “stanno dalla parte dei delinquenti” richiede cinque secondi.
Vorrei allora chiedere a quanti, seguendo a pecoroni politici a caccia di voti, invocano l’impunità in questa vicenda: insegneranno ai propri figli e nipoti che, se qualcuno ruba loro il portafoglio, hanno il diritto di inseguirlo e ucciderlo mentre fugge, senza subire alcuna conseguenza penale? Perché, spogliata degli slogan e della propaganda, è precisamente questa la regola che stanno pretendendo: non il diritto alla legittima difesa, ma la licenza di vendicarsi.
I problemi restano, lo spettacolo continua
Nel frattempo il Paese reale continua a presentare il conto.
Ci sono guerre che aggravano l’incertezza internazionale, famiglie alle prese con bollette e carburanti, salari che faticano a sostenere il costo della vita, sanità pubblica in affanno e milioni di persone esposte al rischio di povertà. A giugno 2026 l’inflazione italiana era al 3 per cento: non una corsa fuori controllo, ma abbastanza da erodere ancora il potere d’acquisto, soprattutto perché i prezzi degli energetici regolamentati aumentavano del 9,2 per cento e quelli non regolamentati del 13,3 per cento. (Istat) Il 18 luglio la benzina self costava mediamente 1,931 euro al litro. Sono questioni complicate. Non si risolvono con un post indignato. Richiedono competenza, programmazione e la capacità di dire anche cose impopolari. Proprio per questo la politica dell’urlo preferisce parlare d’altro.
La stabilità invocata non è quella del Paese, ma quella delle poltrone.
Non è letteralmente vero che il governo non abbia approvato alcun provvedimento o tentato alcuna riforma. Una critica credibile non ha bisogno di falsificare la realtà. Il problema è piuttosto quali siano state le priorità e quali risultati concreti abbiano prodotto nella vita quotidiana.
Mentre le emergenze economiche e sociali restano irrisolte, la maggioranza ha investito una parte decisiva della propria energia nella modifica delle regole elettorali alla vigilia dell’ultimo anno della legislatura. Il testo approvato dalla Camera — e ancora da esaminare al Senato — prevede un premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti.
Si può sostenere che una legge elettorale debba favorire la stabilità. Ma quando chi governa modifica le regole con cui spera di essere rieletto, il sospetto politico è inevitabile: che la stabilità invocata non sia quella del Paese, bensì quella delle poltrone.
Quando i leader rispettavano chi ascoltava
Moro, Zaccagnini, Berlinguer e Pertini appartenevano a culture politiche diverse e spesso contrapposte. Non erano santi e non rappresentavano un’età dell’oro priva di errori, scandali o conflitti. Possedevano, tuttavia, una qualità oggi sempre più rara: non confondevano la chiarezza con la semplificazione infantile.
Potevano essere solenni, complessi, persino difficili. Presumevano però che chi li ascoltava fosse capace di seguire un ragionamento politico, morale e storico. Spiegavano responsabilità, compromessi e conseguenze. Il cittadino non era considerato un “utente” da catturare nei primi tre secondi, ma una parte della democrazia.
Parlare in modo comprensibile, del resto, non significa parlare a ignoranti. Significa rispettare l’intelligenza di persone che forse non hanno studiato diritto costituzionale o scienze politiche, ma conoscono il lavoro, la paura, la dignità, l’ingiustizia e il bene comune.
Quei leader cercavano di elevare il pubblico. Oggi troppi politici cercano semplicemente di eccitarlo.
La rivoluzione commerciale di Berlusconi
Lo svilimento non comincia in un giorno preciso, ma con Silvio Berlusconi compie un salto decisivo. La logica della televisione commerciale viene trasferita integralmente alla politica: il cittadino diventa consumatore, il partito un marchio, il programma un prodotto e il leader il volto incaricato di venderlo.
La formula brutale potrebbe essere questa: se il pubblico domanda spazzatura, diamogli spazzatura — purché produca ascolti, consenso e potere.
Da allora quasi tutti, anche molti avversari di Berlusconi, hanno finito per accettare quel terreno. La politica si è progressivamente adattata al linguaggio della pubblicità: frasi brevi, nemici riconoscibili, emozioni elementari, ripetizione ossessiva. I social hanno completato l’opera, premiando ciò che divide, indigna e semplifica.
Se il pubblico domanda spazzatura, diamogli spazzatura — purché produca ascolti, consenso e potere.
Con Berlusconi sono caduti tutti i limiti etici nella politica italiana: il superamento della morale pubblica tradizionale, la centralità della televisione commerciale e l’attenuazione dei confini tra conflitto d’interessi. Dopo di lui sono venuti partiti, leader, giornali, televisioni ed elettori disposti a partecipare alla rovinosa discesa. La propaganda funziona perché incontra qualcuno che desidera essere rassicurato, assolto o autorizzato a non pensare.
La democrazia muore anche per stanchezza mentale
Il vero pericolo non è soltanto che un politico dica una bugia. Le bugie politiche sono sempre esistite. Il pericolo nasce quando milioni di persone non vogliono più sapere se sia una bugia, perché la trovano emotivamente soddisfacente.
Quando la verità diventa facoltativa, il controllo democratico diventa impossibile. Un governo non viene più giudicato sui risultati, ma sulla capacità di tenere accesa la rabbia. Ogni fallimento può essere attribuito a un nemico: l’Europa, i giudici, gli immigrati, l’opposizione, i giornalisti, i tecnici, i complotti. Basta urlarlo prima e più forte degli altri.
È così che l’incapacità si traveste da decisionismo, la propaganda da coraggio e l’aggressività da sincerità.
La responsabilità maggiore resta di chi governa e dispone del potere. Ma anche gli elettori hanno una responsabilità che non può essere eternamente rimossa. La democrazia non è un servizio a domicilio e il voto non è una vendetta da consumare ogni cinque anni. Essere cittadini richiede la fatica di verificare, distinguere, dubitare e riconoscere la complessità.
Finché premieremo chi grida più forte, avremo governanti interessati soprattutto ad alzare il volume.
E quando il rumore sarà diventato assordante, potremmo accorgerci troppo tardi che, dietro le urla, non era rimasta alcuna idea di Paese.

… una ricostruzione sintetica e molto efficace dello “status quo” che viviamo, che condivido integralmente !!!
Caro Art, non avevo dubbi….!