Osservatorio

“È quello che vuole il pubblico”. No: è quello che gli diamo

 

Una delle frasi più pericolose della cultura contemporanea è anche una delle più innocue in apparenza: «Bisogna dare al pubblico ciò che vuole». È una frase che sembra democratica, ma spesso serve solo a giustificare la mediocrità.

L’articolo di Michele Serra pubblicato nella newsletter de Il Post prende spunto da un pretesto apparentemente leggero – la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2026, Per sempre sì di Sal Da Vinci – per affrontare una questione molto più ampia: il rapporto tra cultura di massa, giudizio estetico e democrazia culturale. Serra scrive senza mezzi termini che la canzone è «veramente molto brutta» e rivendica il diritto di dirlo apertamente, opponendosi a quella che definisce una sorta di intimidazione morale secondo cui criticare ciò che piace al pubblico significherebbe automaticamente essere snob o classisti.

Il punto centrale dell’articolo è proprio questo: l’idea che difendere la qualità culturale non sia un gesto elitario, ma esattamente il contrario. Serra lo esplicita in modo molto chiaro quando scrive che «il vero atteggiamento classista è dare per scontato che “il popolo” […] sia quasi per natura destinatario del brutto». In altre parole, considerare inevitabile che la cultura popolare sia mediocre significa accettare una visione profondamente pessimista e gerarchica della società.

Questa riflessione tocca un tema cruciale: il rapporto tra offerta culturale e pubblico. Oggi sembra spesso prevalere l’idea che si debba semplicemente “dare al popolo ciò che il popolo vuole”. È un principio apparentemente democratico, ma in realtà molto discutibile. Presuppone infatti che il gusto del pubblico sia un dato immutabile e che il compito dei media e delle istituzioni culturali sia soltanto quello di inseguirlo.

La storia dimostra che non è necessariamente così.

Un esempio significativo è la RAI degli anni Sessanta. In quegli anni la televisione pubblica italiana non concepiva la propria missione come semplice intrattenimento o come specchio passivo dei gusti popolari. Al contrario, era esplicito l’obiettivo di allargare gli orizzonti culturali della popolazione. La televisione portava nelle case teatro, letteratura, musica colta, divulgazione scientifica, programmi educativi. Non sempre erano prodotti “facili”, ma erano pensati con l’idea che il pubblico potesse crescere insieme a ciò che guardava.

Quell’impostazione partiva da una convinzione molto semplice: il pubblico non è un’entità statica, ma una comunità che può sviluppare nuovi strumenti di comprensione e nuovi gusti. In questo senso l’offerta culturale non deve limitarsi a seguire la domanda, ma può anche contribuire a formarla.

È esattamente la logica che Serra richiama quando scrive, citando un suo amico: «Servono armi d’istruzione di massa». Non si tratta di paternalismo né di imporre dall’alto un modello culturale. Si tratta piuttosto di riconoscere che la cultura ha una dimensione pubblica e sociale, e che la qualità non deve essere considerata un privilegio per pochi.

Al contrario, rinunciare a questa ambizione significa accettare una sorta di impoverimento collettivo. Se i media si limitano a replicare ciò che già funziona e ciò che è più immediatamente consumabile, si crea un circolo vizioso: il pubblico riceve sempre gli stessi stimoli, gli stessi schemi narrativi, gli stessi linguaggi semplificati. Nel tempo questo non rafforza la democrazia culturale, ma la indebolisce.

Il punto non è stabilire una gerarchia rigida tra cultura “alta” e cultura “popolare”. Come ricorda Serra, proprio la cultura di massa dimostra spesso che quantità e qualità possono convivere: musica pop e cinema sono pieni di opere belle e profondamente condivise da milioni di persone.

Il punto è un altro: non smettere di esercitare il giudizio.

Dire che qualcosa è brutto, superficiale o mediocre non significa disprezzare chi lo ascolta o lo guarda. Significa semplicemente mantenere vivo uno spazio critico. È proprio quello spazio che permette alla cultura di evolvere, di cambiare e di migliorare.

In fondo l’obiettivo non è imporre il bello, ma tenere aperta la possibilità del bello. Come scrive Serra nelle righe finali del suo articolo, continuare a dire che certe cose sono brutte «serve a tenere accesa la speranza che il bello dilati la sua presenza, che contamini, suggerisca, cambi lo spirito degli esseri umani».

Ed è forse questa la vera responsabilità della cultura pubblica: non limitarsi a riflettere il gusto esistente, ma contribuire a formare cittadini con spirito critico, capaci di distinguere, scegliere e giudicare.

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