Osservatorio

Le bambine sotto le macerie e il silenzio dei governi

 

C’erano zaini colorati sotto le macerie.
Quaderni, scarpe piccole, banchi spezzati.

Era una scuola elementare.
E dentro c’erano bambine.

Un attacco missilistico ha distrutto una scuola femminile nel sud dell’Iran durante l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. Le vittime sono più di cento. Bambine che stavano seguendo le lezioni, non soldati su un campo di battaglia.

La responsabilità precisa dell’attacco è ancora oggetto di indagini. Alcune fonti giornalistiche hanno ricostruito la dinamica dei bombardamenti sulla base delle immagini a disposizione, concludendo che la scuola è stata quasi certamente distrutta da bombe statunitensi. E mentre le famiglie scavavano tra le macerie, nel resto del mondo è sceso il silenzio.

Le parole che non vengono pronunciate

Quando a morire sono civili sotto le bombe di paesi considerati “nemici”, le cancellerie occidentali trovano immediatamente le parole: crimine di guerra, barbarie, violazione del diritto internazionale.

Quando invece le responsabilità potrebbero coinvolgere potenze alleate, improvvisamente il linguaggio si fa prudente, tecnico, freddo.

Si parla di “errori”.
Di “indagini in corso”.
Di “verifiche operative”.

Parole che non restituiscono la vita a una bambina di nove anni rimasta sotto le macerie della sua scuola.

La guerra pulita che non esiste

Da trent’anni ci raccontano che la guerra moderna è “chirurgica”. Missili intelligenti. Bombe di precisione. Operazioni mirate.

La realtà è un’altra.

Quando si bombardano città e infrastrutture, i civili muoiono. Quando i missili cadono vicino a quartieri abitati, muoiono i bambini. Ogni volta si ripete la stessa storia: un bersaglio militare nelle vicinanze, un errore di identificazione, un danno collaterale. Ma il risultato è sempre lo stesso: macerie, funerali, fotografie di volti che non diventeranno mai adulti.

Il silenzio italiano

In tutto questo c’è anche un silenzio che pesa: quello della politica italiana.

Il governo non ha pronunciato parole forti. Nessuna presa di posizione netta. Nessuna richiesta di un’indagine internazionale indipendente pronunciata con la forza che un evento del genere meriterebbe.

Perché?

Perché quando gli equilibri geopolitici entrano in gioco, l’indignazione diventa selettiva. Le alleanze contano più dei bambini morti. Da ottant’anni l’Italia è una democrazia che ama definirsi paladina dei diritti umani. Ma i diritti umani non sono una bandiera da sventolare solo quando è conveniente.

Se valgono davvero, valgono sempre. Anche quando a sganciare le bombe potrebbero essere gli alleati.

Le vittime che il mondo dimentica

Tra qualche settimana questa storia sparirà dalle prime pagine. Nuove crisi, nuove guerre, nuove tragedie.

Le bambine morte in quella scuola diventeranno un numero in una statistica di guerra.

Ma dietro quel numero ci sono vite che non continueranno: compleanni che non arriveranno, sogni che non verranno mai raccontati, famiglie che non torneranno più le stesse.

La politica internazionale discute di strategie, deterrenza, equilibri regionali. Sotto le macerie di una scuola, invece, restano solo domande molto più semplici: chi ha sparato quel missile, perché è successo e perché il mondo sembra sempre trovare il modo di voltarsi dall’altra parte?

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