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La società degli spettatori

 

C’è una cosa che mi colpisce quando guardo quello che succede sui social: moltissime persone leggono, guardano fotografie, seguono discussioni, aprono articoli, assistono a litigi e polemiche. Sanno chi ha detto cosa, chi ha risposto a chi, quale video sta circolando e per quale motivo se ne parla, ma molto spesso non dicono nulla.

Non c’è niente di male, naturalmente. Non commentare un post può essere una scelta e, considerando il livello di certe discussioni, spesso è anche una buona scelta. Quello che trovo interessante è altro: non è mai stato così facile assistere alla vita degli altri senza prendervi parte.

Lo schermo ci permette di esserci senza doverci esporre davvero.

Dietro il vetro

Un tempo, per partecipare a una discussione, bisognava in qualche modo prendere posizione. Parlare significava far sapere agli altri ciò che si pensava e accettare quello che sarebbe venuto dopo: una risposta, una critica, una contestazione o anche una figuraccia.

Oggi possiamo trascorrere ore a leggere le opinioni degli altri senza offrire mai la nostra. Seguiamo una discussione dall’inizio alla fine, sappiamo chi è intervenuto, ci facciamo un’idea di chi abbia ragione e magari cambiamo idea più volte, ma possiamo fare tutto questo senza lasciare traccia della nostra presenza.

È una posizione comoda, perché consente di vedere, sapere e giudicare senza essere mai chiamati a rispondere di ciò che pensiamo.

Mi vengono in mente gli ignavi di Dante, anche se il paragone va preso per quello che è. Non perché chi legge Facebook senza commentare meriti l’Antinferno, naturalmente, ma perché nel desiderio di osservare senza compromettersi c’è qualcosa che esiste da molto prima dei social. La tecnologia non ha inventato questo atteggiamento; gli ha semplicemente dato un ambiente nel quale può essere praticato con una facilità che prima non avevamo.

Molte parole, poco linguaggio

C’è poi un altro aspetto che trovo curioso, perché in apparenza sembra contraddire tutto questo.

Non abbiamo mai scritto tanto. Messaggi, chat, commenti e post accompagnano buona parte delle nostre giornate e, se mettessimo insieme tutto quello che scriviamo in una settimana, probabilmente ne verrebbe fuori una quantità di parole impensabile soltanto qualche decennio fa.

Eppure non sono sicuro che questa enorme produzione abbia reso più ricco il nostro modo di esprimerci. In alcuni casi sembra essere successo il contrario, perché una parte sempre maggiore di ciò che pensiamo viene affidata a formule molto semplici, quando non direttamente a un simbolo.

Un pensiero diventa un like, un dissenso una faccina arrabbiata, mentre per esprimere un giudizio bastano spesso poche parole che tornano continuamente: vergogna, grande, assurdo, condivido.

Non è una questione di rimpiangere le lettere scritte a mano o di scandalizzarsi per le abbreviazioni. Le lingue cambiano da sempre e non vedo perché quella che usiamo oggi dovrebbe fare eccezione. Il punto, semmai, è capire cosa succede quando insieme alle parole cominciamo a perdere anche alcune distinzioni.

Perché le parole servono proprio a questo. Ci permettono di distinguere un dubbio da una certezza, la comprensione dalla giustificazione, la responsabilità dalla colpa, quello che sappiamo da quello che crediamo di sapere. Sono differenze che possono sembrare minime, ma diventano importanti appena proviamo a discutere di qualcosa che non abbia una risposta semplice.

Se abbiamo meno parole per descrivere una realtà complessa, finiamo più facilmente per ridurre anche quella realtà. A quel punto dividerla in due diventa quasi automatico: favorevoli e contrari, amici e nemici, quelli che hanno ragione e quelli che hanno torto.

Non perché il mondo sia diventato improvvisamente più semplice, ma perché abbiamo cominciato a raccontarcelo così.

Quando i social fanno il telegiornale

Questo meccanismo diventa ancora più evidente quando dai social passa all’informazione.

Sempre più spesso accendo un telegiornale e mi accorgo che una parte delle notizie consiste nel raccontare quello che è successo sui social. Un video diventa virale, un personaggio famoso pubblica qualcosa, un politico risponde e nel giro di poche ore nasce quella che viene definita una «polemica in rete».

A quel punto il telegiornale mostra il post, legge qualche commento e racconta le reazioni. Quelle reazioni producono altri commenti, che magari il giorno successivo diventano a loro volta una notizia.

Si crea così un giro abbastanza singolare: i media raccontano quello che accade sui social, i social discutono quello che raccontano i media e i media tornano a occuparsi della discussione che nel frattempo si è sviluppata sui social.

Il problema non è che queste cose non vadano raccontate. Alcune hanno certamente un interesse pubblico e sarebbe assurdo sostenere che ciò che avviene online sia separato dalla realtà. Il problema nasce quando il rumore prodotto da una notizia comincia a essere considerato una misura della sua importanza.

Perché non tutto ciò di cui parlano molte persone è necessariamente importante, così come una cosa importante non diventa meno importante soltanto perché in quel momento se ne parla poco.

Una delle funzioni dell’informazione dovrebbe essere proprio questa: non limitarsi a registrare ciò che attira l’attenzione, ma provare a stabilire ciò che quell’attenzione merita.

La società degli spettatori

Forse è qui che si trova uno degli aspetti più strani del nostro rapporto con la tecnologia. Non tanto nelle macchine in sé, quanto nella distanza che riescono a introdurre tra noi e ciò che accade, anche quando abbiamo l’impressione di essere molto vicini.

I media raccontano quello che accade sui social, i social discutono quello che raccontano i media

Possiamo vedere le immagini di una guerra mentre siamo a cena e, pochi secondi dopo, passare a un video divertente. Possiamo assistere alla disperazione di qualcuno, leggere centinaia di commenti su ciò che gli è successo e continuare a scorrere. Possiamo seguire per giorni una discussione senza intervenire mai oppure reagire a un pensiero premendo un’icona, senza dover trovare le parole per spiegare perché siamo d’accordo o perché non lo siamo.

Non credo che possedere uno smartphone ci abbia resi meno umani. Sarebbe una conclusione troppo facile e probabilmente anche falsa. Abbiamo però costruito un ambiente nel quale possiamo vedere moltissimo restando a distanza da quasi tutto, e questa possibilità finisce inevitabilmente per modificare il modo in cui partecipiamo a ciò che accade intorno a noi.

Possiamo informarci senza intervenire, reagire senza formulare davvero un pensiero e comunicare continuamente senza essere costretti a spiegare fino in fondo quello che vogliamo dire.

La contraddizione, almeno per me, sta soprattutto qui. Abbiamo a disposizione strumenti che permettono a chiunque di prendere la parola come non era mai accaduto prima, eppure una parte sempre maggiore del nostro tempo la trascorriamo osservando le parole, le vite e le discussioni degli altri.

Forse la società degli spettatori non è una società nella quale nessuno parla. Al contrario, parla continuamente.

È una società nella quale diventare spettatori è diventato molto più facile che smettere di esserlo.

Un pensiero su “La società degli spettatori

  • Giuseppe Curatolo

    Caro Fabio, sono monotono ma mi tocca come al solito sottoscrivere tutto quanto dici, non ci aggiungo altro. Osservo ciò che accade e che tu racconti e non posso nascondere che provo un certo fastidio non solo per gli emoticon che stanno erodendo il linguaggio ma anche per certi termini molesti tipo”postare”, “taggare”, “notificare” (che un tempo apparteneva agli ufficiali giudiziari) etc. Per quanto mi riguarda, avendo 72 anni, sono un nativo analogico e ne sono felice, ho fatto in tempo a vedere un mondo diverso. Ad oggi, nel dominio della sciatteria, faccio allegramente l’ obiettore nel vestire, nel comunicare, nel coltivare la mia mente attraverso il linguaggio. Le persone, per colpa del mezzo (p.es la fotocamera del cellulare) sono condannate all’ irrilevanza, mandano in giro foto inutili solo perchè è facile acquisirle ma spesso non capiscono niente di ciò che fotografano specie se si tratta di arte e monumenti. Io continuo imperterrito a fare il bastian contrario e vedo che ogni tanto qualcuno capisce e si fa qualche domanda. Hai notato che delle 5 W del giornalismo anglosassone nel nostro mondo è normalmente sparito “Why?”. Why è una domanda pericolosa, meglio chiedere con la vocina a cavolo “come possiamo aiutarla?”. Grazie, continuerò a leggerti

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