I silenzi e le parole Linate 8 ottobre 2001, venticinque anni dopo. In memoriam.

Una mattina, mentre ero sul balcone a fumare in attesa che Arianna si svegliasse, il cellulare squillò mostrandomi un numero che non era in rubrica.
«Ingegnere? Sono Pietro Pastorello».
Riconobbi subito la sua voce, velata da quella dignità che può sorgere dopo aver affrontato, con incolmabile dolore, la lacerazione della perdita di un figlio. Mi colse di sorpresa: non mi aspettavo quella chiamata. Fu un dialogo breve in cui parlarono per noi molto più i silenzi delle parole.
Ovviamente non accennammo minimamente ai percorsi investigativi e giuridici in corso, tuttavia mi comunicò di aver apprezzato la mia lettera e le parole di conforto in essa riportate. Per me, parlare con quell’uomo significava in quel momento rivolgermi alle centodiciotto anime scomparse nel tragico mattino di quasi un anno prima, rendere concreta l’immane tragedia che fino a quel momento avevo potuto avvicinare solo attraverso i resoconti dei media o i freddi atti della Procura di Milano.
«Mi permetta un consiglio da padre», mi disse «cerchi di stare il più possibile vicino ai suoi figli, gioisca della loro presenza, ne goda ogni attimo con felicità. Non sa quanti rimpianti si possono vivere quando poi succedono tragedie come questa».
Fortunatamente eravamo al telefono, così Pastorello non fu in grado di vedere le lacrime che scorrevano sulle mie guance e i miei occhi oscurati da un’acuta disperazione. Mi disse infine che avrebbe consegnato la mia lettera anche agli altri familiari delle vittime e ci lasciammo con la promessa di incontrarci di persona alla prima occasione.
Sicuramente, pensai, le occasioni di incontro non sarebbero mancate.
8 ottobre 2001 – 8 ottobre 2026
Tratto da “L’ira di Wotan”
