L’uomo nella società tecnomorfa

 

La tecnica: da mezzo a fine 

La tecnica è (secondo quanto scrive Umberto Galimberti in Psiche e Techne) la forma più alta di razionalità raggiunta dall’uomo, cioè: l’azione per raggiungere il massimo scopo con il minimo dei mezzi.

Secondo il filosofo Emanuele Severino, l’uomo è tecnico da quando comincia a vivere. Deve farsi largo di fronte alle potenze sovrastanti e minacciose che ha dinanzi, e cerca di pensare al modo di difendersi costruendo trappole e armi per catturare animali che gli forniranno anche la possibilità di sopravvivere. Poi realizza che può elaborare strumenti tecnici sempre più complessi per coltivare i campi e soluzioni per conservare i cibi coltivati e immagazzinare i raccolti affinché possano durare fino alla successiva stagione. Siamo alla nascita della tecnologia grazie alla quale l’Homo Sapiens adotta il semplice – ma altrettanto efficace – processo di ricerca della giusta modalità di usare la tecnica: Problema→Analisi→Soluzione.

La tecnica è sempre stata uno strumento nelle mani dell’uomo che se ne serviva al bisogno come un mezzo per raggiungere uno scopo, comunque sempre all’interno di un pensiero che lo collegava alle forze della natura, al divino perché, – come diceva Talete – “tutto è pieno di dei”. In origine, la parola greca τέχνη (téchne) indicava una prerogativa degli dèi: Efesto e Atena esercitavano le technai, anzi erano loro stessi la tecnica.

Da testimonianze archeologiche sappiamo che lo sviluppo tecnologico dell’uomo ha proceduto assieme allo sviluppo di un pensiero simbolico che si esprimeva attraverso miti, riti che iscrivevano lo svolgersi della vita all’interno di una comunità che comportava il rapporto con gli altri uomini e la condivisione di credenze e riti per comunicare con le forze dell’Invisibile.

L’uomo della nostra civiltà occidentale più evoluta ci sembra oggi, invece, quasi ridotto a “funzionario” degli apparati tecnici cui appartiene.

L’uomo della nostra civiltà occidentale più evoluta ci sembra oggi quasi ridotto a “funzionario” degli apparati tecnici cui appartiene.

La tecnica non è più espressione dell’uomo stesso, delle caratteristiche proprie della sua mente, del suo spirito, ma è diventata la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo e essa stessa è diventata il primo scopo, il fine: non perché lo sia realmente, ma perché nella società moderna la sua mediazione è diventata indispensabile allo svolgersi stesso della vita. La tecnica ha ineluttabilmente trasformato l’uomo, è divenuta la sua religione e ad essa ci si rivolge per ottenere tutto su ogni piano della vita, fisico o psicologico, compresa la felicità.

Cosa significa – nel nostro quotidiano – che la tecnica abbia assunto il ruolo di “fine” anziché “mezzo”? Uno degli esempi più alla portata di tutti sta proprio nella trasformazione del citato processo Problema→Analisi→Soluzione nel nuovo paradigma Problema→Ricerca di una soluzione tecnologica. Al sorgere di una qualunque esigenza, non ci si sofferma più sulla sua analisi e sulla migliore azione per risolvere il problema, ma si desiste completamente dalla fase di analisi per subito ricercare una soluzione tecnologica “pret-a-porter”, già pronta, anche se la soluzione stessa potrebbe portare in sé il sorgere di ulteriori problemi e complessità, sempre da risolvere con altri mezzi tecnologici. Tuttavia, un esempio ancora più esplicativo è rappresentato dal fatto che spesso viene addirittura omessa la prima fase stessa, quella del riconoscimento del problema: vengono immesse sul mercato direttamente “soluzioni” tecnologiche le quali sostengono di risolvere quel particolare problema a cui nessuno però aveva pensato! Ciò subdolamente instilla la goccia del dubbio che rapidamente si trasforma in un “come ho fatto a non pensarci prima!”, che poi porta alla bulimia dell’acquisto.

Oltre il 50% della tecnologia oggi sul mercato “consumer” è inutile e la sua necessità è stata artatamente stimolata da mirabolanti campagne pubblicitarie.

Oltre il 50% della tecnologia oggi sul mercato “consumer” è inutile e la sua necessità è stata artatamente stimolata da mirabolanti campagne pubblicitarie. Dopo una prima fase (nel secolo scorso) in cui la tecnologia veniva venduta “per risparmiare all’uomo fatica, lavori pesanti e ripetitivi” (lavatrice, lavastoviglie, aspirapolvere, ecc.), si è ora passati a promuovere oggetti che “fanno risparmiare tempo”. Eppure, il tempo risparmiato non si traduce mai in un miglioramento della condizione sociale o psicologica, ma in altro tempo libero da sfruttare per ulteriori tecnologie (servizi di rete) o per lavorare di più. Il messaggio del “tempo risparmiato” è ormai impiegato in ogni settore. Tuttavia ci rendiamo conto che il tempo risparmiato non è a vantaggio dei lavoratori ma dei produttori. Anche nel campo della medicina chirurgica, se da un lato la presenza della tecnologia degli automi nelle sale operatorie ha garantito interventi molto più precisi e rapidi, dall’altro non ha portato a un miglioramento del rapporto tra il paziente e il medico (il quale, avendo recuperato tempo potrebbe dare migliore assistenza), ma solo a trasformare gli ospedali in tristi magazzini di riparazioni umane che sottopongono i medici a estenuanti giornate di “produttività” in sala operatoria.

La tecnologia diviene autoreferenziale, in una sorta di cortocircuito in cui propone e ripropone se stessa in un gioco di rimandi iterativi: si è perso il punto di partenza e la tecnologia ispira e giustifica se stessa. Basti pensare a quanto tempo e denaro occorre oggi investire per proteggere le proprie infrastrutture da attacchi di virus informatici, da effrazioni o dal cyber-terrorismo: la tecnologia deve ora proteggersi da se stessa.

I luoghi di competenza tecnica sono oggi diventati i luoghi di potere, al posto di quelli politici.

Fin dagli albori delle prime ricerche scientifiche, l’impulso dell’uomo verso la scienza è stato alimentato dalla necessità di incrementare la sua conoscenza sulla natura e sui suoi fenomeni. L’obiettivo di tale maggiore conoscenza avrebbe dovuto portare a un migliore adattamento umano, una sorta di interazione e collaborazione dell’uomo con il progetto della natura. Tuttavia, nel momento in cui le scoperte aprivano la strada a un accrescimento del potere dell’uomo sugli altri e sulla natura stessa, la deviazione da questo percorso è stata repentina. E così la tecnica non è solo servita a costruire case più affidabili per ripararci dalle intemperie o mezzi di locomozione per migliorare tempi e comodità degli spostamenti, ma è anche giunta a modificare la struttura biologica delle piante, a deviare o soffocare corsi d’acqua, avvelenare l’atmosfera fino a modificare il genoma umano. Ma, come aveva compreso Francis Bacon, pur strenuo sostenitore della rivoluzione scientifica, natura non nisi parendo vincitur (la natura non si vince se non rispettando le sue leggi).

 

Il dominio della tecnocrazia

Affrontando un’analisi politica, vediamo che l’evoluzione della tecnica nell’ultimo secolo ha fatto sì che rapidamente essa divenisse un grande strumento di potere. L’URSS è crollata nel momento in cui non riusciva più a sostenere la sfida tecnica contro gli USA, la Cina sta condizionando la politica economica del mondo da quando ha trasformato il suo modello in uno a forte sviluppo tecnico. La natura esponenziale dello sfruttamento tecnologico ha rapidamente portato a una sempre più elevata necessità di competenza: i luoghi di competenza tecnica sono oggi diventati i luoghi di potere, al posto di quelli politici. Tuttavia l’estrema parcellizzazione delle competenze stesse ha fatto sì che non esista più un luogo unico che possa raccogliere l’insieme delle informazioni necessarie al potere politico per prendere le decisioni necessarie a guidare uno Stato: gli stessi scienziati per dialogare fra loro su diverse discipline hanno la necessità di affidarsi a esperti delle singole specifiche materie.

Da una società antropomorfa, a misura d’uomo, si assiste al deciso viraggio verso una società a misura della tecnica, tecnomorfa.

Tutta l’innovazione scientifica alla quale stiamo assistendo, talvolta anche stupefatti in senso positivo, si concentra poi sul dominio politico relativo alla realizzazione tecnologica delle scoperte scientifiche. Se non vengono adottate per tempo soluzioni o nuovi atteggiamenti, solo pochissime mani avranno accesso al genoma umano e solo pochissime potenze avranno il diritto allo sfruttamento commerciale di queste invenzioni. Non ci sarà modo a livello di stati nazionali di uscire da una morsa certamente preoccupante.

Tutto ciò sta trasformando il mondo occidentale in una pericolosa forma di tecnocrazia. La tecnocrazia ha ineluttabilmente una natura gerarchica e aristocratica e dovrebbe essere esercitata solo da persone di alta e ampia competenza e qualità morale. Di fatto chi ne possiede il segreto – oppure ne acquisisce il controllo attraverso il potere economico – appare depositario di straordinarie facoltà ed è ritenuto degno di assumere posizioni di comando nella società. Le potenze che dispongono della tecnica occupano i ranghi superiori e possono condizionare l’organizzazione sociale e determinare l’ordine reale (Cfr. Giuseppe Lampis – L’arte della politica al tramonto della modernità – Edizioni Mythos 1994).

Questa situazione sta creando problemi di notevole entità e rischia di portare a un collasso della democrazia giacché la popolazione, chiamata a esprimersi su temi per cui è richiesta un’elevata specifica competenza, non può che affidarsi al relatore più convincente, al partito o alla religione di appartenenza, senza poter sviluppare in alcun modo una propria opinione in autonomia o  esercitare il proprio spirito critico.

 

Una società sempre più tecnomorfa

La graduale ma incessante trasformazione che sta subendo il mondo occidentale è sconcertante: da una società antropomorfa, a misura d’uomo, si assiste al deciso viraggio verso una società a misura della tecnica, tecnomorfa.

I modelli culturali, infatti, tendono verso un’inesorabile standardizzazione e in tal senso appaiono patologici, oppressivi e incapaci di tutelare la libertà delle persone. I gesti, le azioni e persino i modelli di pensiero di ogni giorno sono costretti a una riduzione allo standard, al fine di poter interagire con macchine e dispositivi tecnologici.

Winsor McCay – Technocracy – 1933

L’uomo ha realizzato macchine e tecnologia per assisterlo e migliorare alcuni aspetti della sua vita quotidiana, per ampliare la portata delle sue capacità di comunicazione, di trasporto e di produzione. Tuttavia, per attuare e dialogare con questi “assistenti” occorre ragionare e comunicare secondo i loro standard, i quali sono molto spesso limitati e racchiusi in semplici schemi elementari (premi un tasto, esegui una scelta, usa un’impostazione fra quelle previste, ecc.). In altre parole: per comunicare con la tecnologia, occorre pensare come la tecnologia stessa. Ciò non sarebbe un problema in sé, se non fosse che il pensiero tecnomorfosta pericolosamente sostituendosi al pensiero antropomorfo in tutte le attività umane, anche in quelle non necessariamente richieste.

Nei processi aziendali, ad esempio, si ragiona “a moduli”, perché questa è la modalità più facilmente interfacciabile con le procedure informatiche. Moduli componibili, in infinite configurazioni, indifferenti alle varie combinazioni e senza storia. Il cervello umano non può essere standardizzato né omologato nella modularità, essendo l’uomo un soggetto unico e irripetibile: in questo consiste la sua dignità e la sua autenticità.

Linnda Caporeal (docente del Dipartimento di studi scientifici e tecnologici nel Rensselaer Polytechnic Institute di New York) ha definito il tecnomorfismo già nel 1986 come la riduzione delle capacità cerebrali umane nell’adattamento al linguaggio dei computer (Caporeal, L. R.Computers in Human Behavior).

Il cervello umano non può essere standardizzato né omologato nella modularità, essendo l’uomo un soggetto unico e irripetibile: in questo consiste la sua dignità e la sua autenticità.

Questo continuo afflusso di tecnologia nella nostra vita personale e professionale sta comportando una fondamentale modificazione dell’interazione reciproca fra esseri umani. Per secoli, la comunicazione faccia a faccia era l’unico modo per entrare in contatto per la conoscenza degli altri e del mondo. Tuttavia oggi, a causa dell’accesso istantaneo a qualunque tipo di informazione, anche la nostra percezione del tempo sta subendo alterazioni.  Nonostante le allettanti promesse della tecnologia (“più tempo per se stessi”), la sensazione comune è spesso che le ore a disposizione in una giornata siano meno di ventiquattro (Meng, J. -2009- Living in internet time).

Nel progetto di un nuovo software, il primo esercizio che viene richiesto allo sviluppatore è proprio quello di compartimentare il proprio cervello con un atteggiamento tecnomorfo. Per ricercare la soluzione e risolvere il problema, la mente dell’uomo deve essenzialmente “pensare come farebbe il sistema operativo informatico” con un grande sforzo di modularizzazione cerebrale e di rinuncia ai collegamenti sinaptici umani, impossibili da replicare da parte del software stesso. Una volta pronto il codice, interviene l’esperto di “interfaccia uomo-macchina” per conferire al programma stesso la capacità di dialogare verso il mondo esterno (umano). Tuttavia – vista l’enorme eterogeneità fra i due soggetti – tale interfaccia non può che cercare di ripercorrere modelli standard (pulsanti, simboli, posizione dei comandi, ecc.) che l’uomo dovrà poi “ridursi” a comprendere e accettare. Per quanti passi avanti siano stati compiuti in questo campo, l’interfaccia uomo-macchina è tuttora una zona di confine cui l’uomo deve necessariamente adattarsi se vuole comprenderne il funzionamento.

Lo sforzo maggiore cui siamo chiamati in quest’epoca di tecnocrazia è proprio quello – paradossale – di cercare di rimanere “umani“. Il dispositivo tecnologico non può esprimere sentimenti di felicità, disappunto, tristezza se non attraverso sterili simboli di “faccine” colorate. Nei più complessi dispositivi di comando e controllo (es: aeromobili, navi, centrali elettriche, ecc.) l’interazione non può che essere schematizzata e semplificata per evitare l’introduzione di possibili errori o false interpretazioni. Non lasciamo che questa semplificazione riduca le nostre capacità o sterilizzi i nostri rapporti invadendo anche il nostro vivere quotidiano. Occorre costantemente ricordare le grandi potenzialità che ha l’essere umano e che esse possono portare agli esiti più alti e più nobili come a quelli più rovinosi per l’umanità stessa e per la terra che gli uomini abitano da millenni.

Chissà se il semplice processo di Problema→Analisi→Soluzione potrà continuare ad accrescere e mantenere vivo lo spirito critico autonomo e salvare l’uomo da pericolosi condizionamenti tecnologici.


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