La cultura d’impresa nell’Azienda Trasformativa

 

alberoVitaIl mondo “accelerato” della società dei Paesi occidentali o “occidentalizzati” sembra nutrirsi di un cibo insidioso, che genera una sorta di dipendenza psicologica: l’ansia. L’economia dei mercati globali non può farne a meno, ne ha un bisogno strutturale per poter alimentare le proprie ferree logiche di sopravvivenza. L’ansia generata nelle masse dei consumatori e nei concorrenti di mercato è fondamentale per le Aziende in lotta fra loro e queste riescono oggi a vivere solo se gli uomini si proiettano verso traguardi oggettuali che si spostano continuamente in avanti, senza mai portarli al raggiungimento di una meta stabile.

Il consumatore viene così costantemente mantenuto in uno stato di perenne dispnea, in continua ricerca di quella boccata d’aria liberatrice che potrebbe finalmente diminuire la sua tensione. Si tratta di uno stato d’ansia indotto da falsi obiettivi generati da campagne pubblicitarie il cui scopo primario è quello di creare un bisogno, di interpretare a proprio vantaggio un’esigenza psicologica ancora confusa affinché si diriga verso la meta decisa dal mercato.

Diviene dunque necessario mantenere il mercato e i consumatori in costante stato di tensione sì che l’intera società sembra trascinata da un turbine vorticoso. Ciò genera un’ansia continua e logorante. I singoli individui, perso ogni contatto profondo con tradizioni ancestrali che indicavano i segnavia del cammino da percorrere, si sentono costretti, se vogliono esistere, a tenere il passo di un continuo e troppo rapido mutamento che investe tutti gli aspetti della vita senza peraltro indicare la meta. Lo stress sale fino a divenire insopportabile e si finisce col proteggersi aggrappandosi a una qualche abitudine che funzioni da ‘salvagente’ e dia una qualche illusoria gratificazione.

Gli stessi Social Network, creati con l’illusione di offrire una maggiore interattività e comunicazione a individui che vivono in solitudine affettiva e spirituale, evidenziano preoccupanti effetti negativi. Le giovani generazioni vivono i Social Network nella frenetica ricerca di evasione da una realtà che offre loro ben poche prospettive. Si cerca sempre disperatamente qualcosa di nuovo cui aggrapparsi, che allontani l’ansia paralizzante e dia l’illusione di poter ritrovare un senso, l’incanto della vita.

Sempre più numerosi i fenomeni di dipendenza e non solo da alcool o droghe (il cui uso esteso è ormai entrato nei comportamenti sociali abituali): gioco d’azzardo, shopping compulsivo, tecno-dipendenza, disturbi alimentari, etc. Il risultato è un accentuato stato di isolamento e di patologico sopore. È sufficiente entrare in un vagone della metropolitana per vedere che gli utenti, tutti connessi con auricolari e impegnati nella visione del proprio tablet o cellulare, sembrano difendersi dal contatto con gli altri. Ogni volta che si cerca una soluzione a questi fenomeni di dipendenza, si ha l’impressione di combattere contro la mitica Idra dalle sette teste che continuamente rinascono. I risultati non sono mai definitivi in quanto ci si preoccupa di curare i sintomi senza poter affrontare l’origine dei problemi.

Come invertire la spirale negativa che porta l’Homo faber, naturalmente dotato di intelligenza creativa, a continua frustrazione, ad abbassamento della sua dignità, nell’angoscia per l’insoddisfazione dovuta a beni materiali che, nella loro voluta deperibilità, aumentano il senso di vuoto, di noia, il nichilismo?

Forse un nuovo Rinascimento può partire proprio da quelle grandi Aziende (nuovi mecenati e guru della post-modernità) che sanno guardare lontano rispondendo all’esigenza più profonda dell’essere umano che non si limita mai alle necessità primarie dettate dall’istinto vitale. L’uomo è affamato di qualcosa che sente mancare al compimento della sua umanità più profonda, e questa fame, in mancanza di cibo adeguato, finisce col creare insoddisfazione e ansia. Pressante la necessità di un cambiamento, di nuovi modelli che riflettano le esigenze di complessità e di integrazione di una comunità civile che cammini verso un pieno sviluppo delle sue potenzialità.

Se la globalizzazione sembra non solo pronta a rispondere a ogni nostro desiderio e a ogni nostro problema, ma addirittura a promettere sempre qualcosa di più, con il passare del tempo ci accorgiamo che nella corsa affannosa verso il nuovo non sappiamo più che cosa chiedere e che cosa cercare. Abbiamo dimenticato la domanda iniziale, e dunque non possiamo neppure trovare la via su cui incamminarci.

relationshipOltre alla soddisfazione dei bisogni primari ciò che sembra mancare sempre di più al singolo cittadino come alla comunità è la possibilità di ‘realizzarsi’ (vocabolo divenuto molto frequente) cioè la capacità di individuare il suo cammino di uomo, potenziare la sua intelligenza, l’innata capacità creativa artistica, la sua immaginazione riuscendo a fare la sua parte nel mondo, a sentirsi un “microcosmo nel macrocosmo“.

Scrive Domènec Melé in “Can an SME become a Global Corporate Citizen? -2009”: “Se le imprese commerciali fossero un mero insieme di individui continuamente in competizione per raggiungere i propri obiettivi personali, senza alcuna preoccupazione per obiettivi comuni e con un’assoluta mancanza di collaborazione, esse non potrebbero sopravvivere”. In altri termini, la vera Azienda trasformativa deve potersi occupare e sostenere anche Persone, Talenti, Cultura e Mestieri.

Uno fra i maggiori industriali e leader d’azienda italiani del secolo scorso è stato Adriano Olivetti, un leader illuminato che portò la sua azienda al raggiungimento di incredibili traguardi internazionali, fino al primo computer programmabile da scrivania, della storia, il Programma 101. Egli credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che la sua organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava di conseguenza efficienza. Olivetti era convinto dell’idea di valorizzare i contenuti della propria azienda, aldilà di ciò che rappresentavano i meri assets economici.

Come sostiene Maurizio di Robilant, “l’impresa non è solo una macchina da profitto, ma un luogo di crescita professionale, culturale e di relazione… Ogni Impresa ha un patrimonio esclusivo rappresentato dall’equilibrata equazione tra le potenzialità del suo sapere e la maestria del suo fare, che sa valorizzare “gli intangibili” e trasferirli in azioni concrete e risultati misurabili.”.

Le vie del commercio sono state sentieri di sviluppo culturale di incontro e di integrazione fra culture differenti. Al loro crocevia sono nate raffinate civiltà ricche materialmente e spiritualmente. Gli oggetti di consumo possono essere scambiati e venduti esaltando le capacità ricettive e intellettive dei potenziali consumatori senza che essi, annichiliti dall’impossibilità di accedere a tali beni, arrivino a comportamenti distruttivi.

Ci torna alla mente il brano della carestia nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, a cui fa riferimento anche José Ortega Y Gasset nel suo testo “La ribellione delle masse”: “Nelle sommosse che la carestia provoca, le masse popolari cercano di procurarsi il pane, e il mezzo cui ricorrono suole essere quello di distruggere i panifici“.

Vorremmo infine riprendere la nota frase di Steve Jobs al suo discorso inaugurale all’Università di Stanford: “Stay hungry, stay foolish” dando una nostra interpretazione a quell’incitamento: “siate affamati di conoscenza, di immaginazione creativa, di iniziative, di cultura d’impresa“.

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