Lo Tsunami dell’accelerazione tecnologica

 

Corri, uomo, corri.

Affacciandosi al finestrino di un treno ad alta velocità in corsa, il paesaggio che scorre appare sfocato, indefinibile e quando si cerca di mettere a fuoco un oggetto esterno, rimane solo una vaga sensazione dello stesso, un desiderio insoddisfatto di averlo voluto guardare più a fondo, ma non c’è stato il tempo, troppo veloce. Si rimane perciò attoniti in uno stato di sogno, in cui la realtà scorre troppo veloce perché sia vissuta a fondo.

La stessa sensazione di disorientamento sta prevalendo nell’odierno mondo accelerato. Ci troviamo a vivere una fase di accelerazione, di transizione ad alta velocità. Dalla capacità di calcolo della tecnologia palmare, all’accessibilità istantanea di beni e informazioni, il ritmo del cambiamento sembra travolgere la tecnologia stessa che sta continuamente sostituendo le sue stesse creazioni con nuovi modelli e servizi.

Volendo tracciare su una retta la cronologia dei progressi scientifico-tecnologici degli ultimi 500 anni, ci si accorge con semplicità che gli stessi sono raggruppati negli ultimi 50 anni, con densità sempre crescente. I tempi di adattamento dell’essere umano – d’altro canto – sono molto più lenti e lineari, seppur risulti che recentemente tale capacità di reazione abbia subito un leggero e non significativo incremento.

La nuova tecnologia è libera di operare in un mondo senza regole, in cui le condizioni d’uso sono autoreferenziali e scritte dai detentori della tecnologia stessa.

Tuttavia, più velocemente si introducono novità e cambiamenti, più rapidamente sono necessari adeguamenti alle norme sociali e politiche al fine di gestire correttamente le conseguenze e le ripercussioni delle innovazioni stesse. Purtroppo ciò non accade, anche a causa delle notevoli differenze di reattività della produzione tecnologica e della politica, così che trascorrono tempi lunghi durante i quali la nuova tecnologia, in assenza di regole, è libera di operare secondo condizioni d’uso autoreferenziali e scritte dai detentori della tecnologia stessa.

Un recente esempio è fornito dallo scandalo delle identità (87 milioni di utenti) sottratte a Facebook dal gruppo Cambridge Analytica. A seguito dei fatti, il Congresso degli Stati Uniti ha convocato Mark Zuckerberg in audizione nelle aule di uno fra i più potenti sistemi di governo del mondo. Un privato cittadino, proprietario di un’azienda privata, si è confrontato con coloro che dovrebbero essere preposti a studiare e sancire le regole per il bene comune della propria popolazione. I senatori hanno ripetutamente invocato la necessità di nuove normative e supervisioni in mancanza di correzioni di rotta – fino a sollevare lo spettro di interventi antitrust – pur senza arrivare all’ unanimità nel proporre opportuni passi legislativi. In altre parole, è stato richiesto all’azienda stessa di rafforzare i propri standard di sicurezza, in assenza di normative governative in grado di proteggere la privacy degli utenti. L’azione è stata inquadrata come una rischiosa delega di potere governativo.

 

Anomia e Società della Rete

I prodotti della tecnologia stanno sempre più diventando un’appendice di noi stessi, talvolta utile, altre minacciosa. Non siamo più abituati a fidarci della nostra memoria per ricordare i numeri di telefono, in quanto la nostra rubrica è ormai nel Cloud; anziché usare la nostra voce, comunichiamo con attraverso messaggi o emoticon di Whatsapp; utenze e apparecchiature casalinghe possono essere controllate da remoto senza che usiamo occhi e mani; non dobbiamo preoccuparci di raccogliere informazioni significative da vagliare attraverso il nostro personale spirito critico, in quanto siamo preventivamente inondati da un’informazione che non esitiamo a definire ‘fast-food’; si partecipa a gruppi tematici su Facebook per colmare l’angoscia esistenziale di una vita priva di autentica partecipazione alla vita sociale.

Non più macchine che assistono l’uomo (secondo l’eterno sogno) ma l’uomo che assiste le macchine: è questo l’orizzonte che si sta avvicinando!

Un tempo molto lontano, per accendere un fuoco, l’uomo doveva con forza battere sulle pietre per generare la scintilla. Poi, fortunatamente, arrivò l’accendino. Oggi si stanno introducendo complicazioni sempre più spinte in cui si arriverà al punto che gli accendini diranno a noi quando dovranno essere premuti. Non più macchine che assistono l’uomo (secondo l’eterno sogno) ma l’uomo che assiste le macchine: è questo l’orizzonte che si sta avvicinando!

Nel 2014 per la prima volta sul nostro pianeta sono stati prodotti più transistor che chicchi di riso. Eppure i transistor e l’elettronica sono gli attrezzi del mestiere che svolgono solo il lavoro manuale, di esecuzione. Ciò che invece caratterizza l’esistenza e l’impiego di questi transistor sono algoritmi più o meno complessi: interminabili sequenze matematiche di funzioni che istruiscono la macchina e, in certo senso, le danno vita. Lo sviluppo della tecnologia dell’integrazione ha consentito di fornire a questi algoritmi macchine sempre più potenti e veloci per l’elaborazione delle loro funzioni. A loro volta, gli algoritmi giungono a prendere una decisione e quindi tradurla in un risultato attraverso i dati. Ecco che il dato è divenuto la vera moneta preziosa di questo secolo: nel dato sono, infatti, incluse le identità personali, le abitudini di acquisto, le tendenze politiche, le preferenze di ciascuno di noi etc…

Il ritmo accelerato – e la nostra conseguente modalità di reazione – ha il potenziale per modificare sostanzialmente il nostro modo di interagire, la nostra creatività, il nostro pensiero, la nostra vita sociale. La velocità può rendere la vita imprevedibile in assenza di norme e adeguate protezioni. Di recente, l’istituto canadese del College of Mental Health Counseling ha identificato una diffusa problematica psicologica, legata soprattutto all’uso deregolamentato della tecnologia, con il termine PAD – Postmodern Anomic Disorder. Il termine Anomic (da anomia) intende rappresentare l’assenza o la mancanza di norme, carenza dei poteri dello Stato, o anarchia. La ricerca degli studiosi canadesi ha rilevato che tale disturbo ha assunto un pericoloso indice di gravità nelle giovani generazioni (nate nel III millennio). Sono infatti queste le più esposte alle conseguenze del ritmo accelerato, non avendo mai vissuto – nel loro bagaglio culturale – esperienze dirette con il mondo pre-digitale.

Velocità di adozione delle tecnologie. (Clicca sul’immagine per ingrandire)

Nell’ambito della velocità tecnologica, un altro elemento di notevole importanza è rappresentato dal rateo di adozione dell’innovazione. I dati più recenti di analisi (USA) dimostrano come (vedi figura), oltre all’accelerazione della tecnologia si è verificata una repentina diminuzione del tempo necessario per l’adozione dell’innovazione stessa da parte della maggioranza della popolazione. Si è così passati dai 65 anni necessari affinché si verificasse un accesso popolare all’invenzione dell’elettricità, ai 13 anni per lo smartphone (dalla sua prima introduzione sul mercato). È inoltre importante notare che le prime implementazioni tecnologiche richiedevano la realizzazione di importanti e significative infrastrutture (es. la costruzione delle linee elettriche), mentre in molte parti del mondo l’infrastruttura per le tecnologie basate sul web e sul cloud è già disponibile, consentendo potenzialmente un’ancor più rapida adozione.

Le nuove generazioni sono le più esposte alle conseguenze del ritmo accelerato, non avendo mai vissuto – nel loro bagaglio culturale – esperienze dirette con il mondo pre-digitale.

In passato, dunque, il ritmo più lento dello sviluppo e dell’adozione della tecnologia permetteva l’adeguamento alle norme sociali, politiche, etiche e allo sviluppo dell’istruzione. Il problema si è evidenziato a causa dell’attuale fase di accelerazione che, invece, non riesce a essere sostenuta dallo sviluppo normativo e sociale, generando profonde conseguenze agli utenti. Appena un servizio o una tecnologia vengono progettati, si realizzano e si immettono sul mercato con tutta tranquillità, in piena libertà di azione: il risultato previsto è innanzitutto quello di generare redditi spesso stratosferici e ingiustificati. Eppure dovrebbe essere responsabilità dei governi introdurre regole e norme etiche per preservare la sicurezza, l’identità e il benessere dei cittadini, nel caso di invenzioni che, come quelle odierne, hanno il potere di condizionare fortemente la vita sociale e culturale di un popolo.

La grande accelerazione implica un’altra tendenza insidiosa con importanti conseguenze per la sicurezza globale: l’ascesa della Società della Rete e il suo graduale allontanamento dall’organizzazione gerarchica della società stessa. Le Network Societies sono caratterizzate da legami liberi organizzati intorno a flussi di prodotti, denaro, informazioni e pluralità di ruoli, che alla fine si dissolvono in reazioni istantanee e immediate che diventano quasi impossibili da analizzare. Il sistema gerarchico, che è definito con maggiore distinzione, ha il vantaggio di avere metodi di controllo più chiari attraverso le linee di potere impostate; le reti invece acquistano potere operando al di fuori delle tradizionali linee di visione e dei confini politici. La complessità e il dinamismo di una Network Society può oscurare con facilità l’identificazione degli autori di minacce. Si prenda ad esempio il fatto che i movimenti sociali maggiormente dirompenti non sono legati da connessioni fisiche personali: si formano e prosperano – infatti – attraverso le piattaforme digitali online. Considerando che questo potere è gestito, anziché dagli Stati, da pochi colossi industriali privati che hanno come unico traguardo il proprio reddito economico, non è difficile intuire la pericolosa deriva di potere alla quale la popolazione è (spesso inconsapevolmente) soggetta.

 

Due facce di una stessa medaglia

Quando fu inventata internet e le email, si scoprì come comunicare più in fretta ed economicamente. Poi però la tecnologia informatica consentì di realizzare complessi algoritmi di cifratura che consentirono a gruppi criminali di diverso livello di comunicare altrettanto in fretta e in sicurezza tra loro. Così si studiarono computer più potenti per eseguire la decrittazione dei messaggi cifrati, ma questi computer più potenti consentirono anche di generare nuovi algoritmi di cifratura ancora più sicuri e non decifrabili. Perciò si studiarono macchine ancora più potenti per violare questi algoritmi, e così via verso un’escalation senza fine.

La complessità e il dinamismo di una Network Society può oscurare con facilità l’identificazione delle minacce.

Questo duplice aspetto della tecnologia (riflessi positivi e negativi) non rappresenta una novità; lo sfruttamento dell’energia nucleare ha salvato vite attraverso la radioterapia e ha distrutto intere società attraverso la bomba atomica. Nel mondo odierno, la rete internet è servita da piattaforma per la connessione sociale, la crescita economica e la formazione continua, fornendo però anche una piazza per il bullismo, la pianificazione di attacchi terroristici e lo scambio di contrabbando.

Data la rapidità con cui il flusso di tali tecnologie riverserà i propri risultati sul mondo, i responsabili delle politiche degli Stati dovranno prepararsi ad affrontare i dilemmi etici che inevitabilmente si profileranno. L’uso errato e deviato della tecnologia può operare al di fuori della portata delle tradizionali modalità di sorveglianza e controllo.

È necessario – pertanto – che la politica valuti attentamente le lezioni del passato e dei nostri giorni, affinché si rafforzino gruppi di studio e di lavoro nell’ambito dei possibili usi della tecnologia, delle finalità, della velocità di adozione, e delle conseguenze sulla natura, sull’uomo, sulla società. Inoltre gli utenti di tali tecnologie dovranno essere resi consapevoli, attraverso una seria sistematica informazione a livello sociale, della grande capacità (anche distruttiva) dei dispositivi che fanno parte della vita quotidiana e che spesso trasportano nelle loro tasche.

L’era accelerata dell’automazione dimostra che la velocità non sempre promuove o consente una società più equa, eppure ciò non significa che tale obiettivo non possa essere raggiunto. Stimolare dibattiti, formazione e istruzione sui temi della velocità tecnologica – anziché tentare di reagire a posteriori – può aiutare società e governi a impegnarsi con strategie che potrebbero rendere la futura implementazione più adeguata, compatibile e sicura per la popolazione. D’altro canto, i colossi della tecnologia dovrebbero essere in costante dialogo con i responsabili politici (anziché influenzarne le decisioni come accade oggi) e con il pubblico, per evitare insidie, cogliere opportunità e garantire un equo accesso e costo delle innovazioni.

Scrive il filosofo Giuseppe Lampis nel suo articolo “Che succede alla politica nell’età dello sbandamento?”: «La politica è stata declassata e ridotta a mero entertainment di copertura delle azioni delle potenze reali del sistema tecnico–scientifico–industriale. Nella generale riorganizzazione dei mercati, gli stati (la politica) ormai servono limitatamente a rastrellare il risparmio nazionale e a offrirlo al sistema superiore dei gruppi dominanti sovrastatali.».

 

Homo Deus

Tuttavia, come possono essere evidenziati gli aspetti critici delle tecnologie, considerando che la maggior parte della popolazione ha una conoscenza limitata del loro funzionamento interno? In altri termini, non è facile prepararsi per un futuro ipertecnologico di cui si ha scarsa comprensione. Il 2018 è iniziato mettendo alla ribalta un gravissimo problema che avrebbe potuto consentire la trasmissione di informazioni critiche da tutto ciò che contiene un chip da esporre in rete. Le due vulnerabilità critiche (Meltdown e Spectre) scoperte nei processori moderni consentirebbero, infatti, l’accesso non autorizzato da parte di programmi esterni a tutto ciò che è collegato in rete. Questa problematica, che riguarda telefoni cellulari, termostati, automobili, frigoriferi e altro, mostra la nostra immensa vulnerabilità causata dall’eccessiva dipendenza da quella tecnologia che non possiamo gestire in sicurezza.

Mark Zuckerberg durante le audizioni al Senato USA

Gran parte della popolazione adulta è in grado di condurre un’automobile, seppure non tutti conoscano esattamente le leggi di trasformazione chimico-meccaniche che ne consentono il funzionamento. È indispensabile, però, conoscere i rischi che comporta la guida, ed è per questo che esistono gli esami per la patente, le scuole guida e le multe per chi mette in pericolo la propria e l’altrui incolumità.

Non si tratta, pertanto, di conoscere a quali leggi fisiche quantistiche rispondono gli elettroni nei semiconduttori dei nostri dispositivi, quanto invece a quali rischi siamo esposti durante il loro uso. E non parliamo solo dei rischi relativi alla sicurezza o alla violazione di identità, ma soprattutto quelli, più nascosti e insidiosi, che minano i nostri comportamenti sociali e che generano subdole dipendenze psicologiche.

Lo storico Yuval Harari nel suo recente libro “Homo Deus: breve storia del futuro”, ricorda che nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’antica ambizione di elevarci al rango di divinità, di trasformare ”Homo sapiens” in ”Homo Deus”. Scrive: «Quando le persone si rendono conto di quanto velocemente stiamo correndo verso il grande sconosciuto, la loro reazione è di sperare che qualcuno agisca sui freni e rallenti, ma nessuno è in grado di sapere dove siano i freni. Nessuno è quindi capace di collegare tutti i punti e vedere l’immagine completa. Giacché nessuno capisce più il sistema, nessuno potrà fermarlo».

 

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Bibliografia di riferimento:

  • Arquilla, J., and D. Ronfeldt, The Advent of Netwar, Santa Monica, CA, 1996 .
  • Rosa, H., e W. E. Scheuerman, High-Speed Society: Social Acceleration, Power, and Modernity, Penn State University Press, 2009.
  • Harari, Y. N., Homo Deus: A Brief History of Tomorrow, New York: Harper, 2017.

 

 

 


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2 pensieri riguardo “Lo Tsunami dell’accelerazione tecnologica

  • 12 maggio 2018 in 11:48
    Permalink

    Grande articolo di Fabio Marzocca (che ho conosciuto grazie al Blog di Vincenzo Zappalà…).
    Centratissima anche la citazione di Yuval Harari, una delle novità più affascinanti del panorama letterario contemporaneo.
    In merito all’accelerazione tecnologica, mi farebbe piacere condividere un’idea (nata con la mia ormai datata Tesi di Laurea) e ricevere un riscontro critico.
    Da sempre sostengo che i parametri di spazio e tempo “percepiti” siano alla base della determinazione del tasso di sconto degli individui. Questo parametro (dato esogeno in tutti i modelli micro e macroeconomici) è centrale nelle nostre scelte di natura economica (e non solo…):

    “Il pianeta: una grande o una piccola isola?
    Uno degli scopi della ricerca economica è quello di descrivere i processi decisionali in ambito economico per comprendere le direzioni dello sviluppo; predire, oggi, se le generazioni che verranno erediteranno un ambiente vivibile, come lo conosciamo, è il minimo comune denominatore di molti studi ed è oggetto anche di questa tesi…

    … La storia delle isole di Tikopia e Rapa Nui può essere rappresentata attraverso modelli estremamente semplici dai
    quali partire per compiere riflessioni che ci riguardano molto più da vicino; comprenderne le dinamiche dominanti, serve a capire maggiormente noi stessi. Ovviamente, per comparare il pianeta alle due isole non è necessario determinare quanto grande sia il mondo, poiché non è dalle dimensioni assolute di un luogo che dipende la percezione dello spazio e quindi l’orizzonte temporale ed il tasso di sconto che da questo discendono. Confrontare le due isole è possibile solo accettando l’ipotesi (peraltro verosimile) che, in esse, le rispettive popolazioni si siano evolute allo stesso stadio tecnologico.
    È la tecnologia, infatti, a influenzare notevolmente il meccanismo percettivo. Per noi occidentali, oggi, è abbastanza comune, collegandoci attraverso un computer al web, acquisire informazioni che altrimenti sarebbero inaccessibili; ciò ci
    consente, nelle nostre scelte in ambito economico, di considerare molte variabili nei processi di acquisto e consumo…

    … In poche parole, l’accesso alla rete riduce lo “spazio relativo” nel quale compiamo le nostre decisioni. Se il nostro tasso di sconto può essere influenzato dal contesto esterno, come descritto nelle pagine precedenti, è evidente che una riduzione dei “confini percepiti” riduca egualmente il tasso medesimo. La percezione di un mondo piccolo, nel quale il destino di un individuo è irrimediabilmente connesso a quello degli altri, genera una situazione/contesto simile a quelle delle huertas spagnole e dei pascoli e delle foreste di alta montagna in Svizzera e Giappone, analizzati dalla Ostrom [Ostrom E. Governing the commons Cambridge University Press; 1990]…

    … Dal punto di vista analitico potremmo dire che ρ dipende dallo spazio S e dalla velocità di percorrenza delle informazioni V, che rapportati descrivono, appunto, lo spazio relativo:
    ρ =(f) S/V
    Dato lo spazio territoriale, all’aumentare della velocità di trasferimento delle informazioni, il tasso di sconto si riduce l’agente economico diventa più “parsimonioso” ovvero riduce il suo consumo attuale in funzione di una certa “conservazione” dell’ambiente per le generazioni future. Acquisisce, in definitiva, un’ottica filogenetica nelle scelte economiche.”

    Ciò che oggi mi incuriosisce, e che credo valga la pena indagare, è l’effetto delle’accelerazione tecnologica sulle nuove generazioni che non hanno potuto sperimentare la fase di transizione dall’era pre-digitale a quella moderna.

    Spero di non essere stato “noioso”.

    Risposta
    • 12 maggio 2018 in 12:06
      Permalink

      Grazie Luigi per l’ottimo intervento che lascia enormi spunti di riflessione. Temo che l’effetto sulle nuove generazioni possa essere alquanto problematico e mi auguro che presto vengano presi dei provvedimenti atti a scongiurare danni irreversibili.

      Risposta

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